31 Maggio 2007

Cambogia

> RTW — Edo @ 22:29

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Tonle Sap Lake - Questo popolo della acque mi ha contagiato. Non riesco dal togliermi dalla testa i loro volti, gli sguardi sicuri, i gesti misurati che tanto amo di chi si trova a convivere con un mondo liquefatto. Mi viene difficile illustrare chiaramente ciò che provo in mezzo a loro. Standomene ad osservare questa gente tuffarsi in acque dove noi occidentali non bagneremmo un alluce avverto un senso di sconfitta personale, alla quale si sovrappone il fascino suscitato dall’invadenza allegra con cui i bambini ti circondano armati di banane per riuscire a strapparti un miserabile dollaro, e la loro felicità senza pari quando riescono a spuntarla. Mi sento testimone di qualcosa di sovrannaturale. Il minimalismo primordiale delle abitazioni galleggianti, null’altro che ripari dove la natura ha libero accesso, mi sbatte in faccia una forza ed una predisposizione alla sopravvivenza che io, uomo progredito del ventunesimo secolo non ho più. In mezzo a questo paradisiaco inferno vorrei sentirmi a mio agio, lo vorrei con tutto il mio cuore, ma non ci riesco. Umiliato dagli umili, invidioso di chi certo non mi invidia.
Hello banana one dollar! Ecco cosa dovrei fare, salire a bordo di queste moribonde canoe ed in buona compagnia aggiungermi al coro: hello banana one dollar! per vedere se mi riesce di sperimentare la stessa gioia di vivere circondato da quello che credevo rasentasse la morte. Niente acqua corrente, l’energia elettrica fornita da batterie di qualche defunto automezzo, l’orticello che galleggia sotto la finestra, legna e padelle che seccano al sole, un pavimento d’assi ed un infinito mare color cioccolato intorno, a cui non daresti due centesimi di fiducia, ma dalla quale loro, l’inaffondabile popolo del Tonle Sap riesce a sfoderare, come dal cappello a cilindro di un vecchio mago, il pesce necessario a sfamare la famiglia, che qui in Cambogia è un già un lusso mica da niente.
In questa stagione il lago tocca il suo livello più basso, non più d’un metro di profondità. Le piene monsoniche ricominceranno a gonfiarlo tra un mese o due, quando la superficie sommersa salterà dagli attuali 3000 chilometri quadrati a 15.000, portandosi appresso qualche centinaio di tonnellate di pesci gatto, enormi, guizzanti, rilucenti e benedetti. Le acque nel contempo s’alzeranno di parecchi metri, otto, dieci, riconquistando il territorio ora inaridito dal sole rovente, e le capanne lungo la strada, i torpedoni zeppi di turisti, dollari e macchine fotografiche sfolleranno lontani, a nord. A quel punto per i 300.000 abitanti del villaggio galleggiante, tornati nel loro sacrosanto isolamento, sarà ancora una volta festa grande. Già, ma ancora per quanto? Una settimana fa il Cambodia Weekly denunciava lo sterminio di 50 tonnellate di pesce dovuto ai veleni scaricati da un’azienda di tessuti nelle vicinanze, una disgrazia in più fra le tante che flagellano un’area assetata di benessere, un trafiletto in quarta pagina offuscato dagli espropri dei terreni rurali, anestetizzato dall’ennesima celebrazione a Sua Maestà Sihamoni. Ma i problemi d’inquinamento sono ancora poca cosa, una tirata d’orecchie ai responsabili e si ricomincia, come accade ovunque da che mondo è mondo. Il dramma vero si annida nel fatto che in questo grande lago tanto torbido quanto generoso, sta venendo a mancare un ospite fondamentale, sempre lui: il Mekong. Il rifornimento idrico di questa regione è regolato, secolarmente, da un andamento delle acque singolare e delicato, una concatenazione naturale di vasi comunicanti che senza la devastante potenza del Mekong non può sopravvivere. Una volta all’anno il grande fiume asiatico agisce da muscolo cardiaco per il lago Tonle Sap, spingendovi all’interno una buona parte delle sue piene dirette al vicino delta, in una risalita verso nord che ha del miracoloso. A quel punto il Tonle Sap, a propria volta, può cedere nuova linfa al fiume Siem Reap, riempire le reti di mezza Cambogia, e restituire come un buon fratello le acque in eccesso al grande fiume, che potrà disperderle in mare con la coscienza in ordine.
Questo accadeva fino a pochi anni fa. Oggi il Mekong è un fiume stanco, una vena che qui, sul finire del proprio percorso, giunge lacerata, prosciugata dal riscaldamento climatico, sfiancata dai prelievi cinesi, spremuta dalla guerra ai blackout vietnamiti, un viaggiatore che dopo secoli di regali per tutti, si presenta alle palafitte del villaggio con le tasche mezze vuote. Dal 1997 l’UNESCO, nell’ambito del suo programma intitolato Man and Biosphere, ha dato vita alla Tonle Sap Biosphere Reserve (TSBR), il cui scopo è tutelare un patrimonio altrimenti destinato come tanti altri all’estinzione. I risultati non paiono troppo confortanti, ma quantomeno la consapevolezza dell’importanza che il lago ricopre per questo territorio ha assunto dei connotati ufficiali, sperando che a trarne beneficio non siano solo i turisti in visita ai templi e coloro che grazie al boom turistico gonfiano il proprio conto corrente.
Nel concreto, rimane fuori da ogni dubbio che senza risolvere i problemi a monte, non sarà mettendo sotto la lente quelli accumulatisi a valle che salveremo capra e cavoli, pesci e pescatori alla corte de Re, dove tutto ancora si compra con un biglietto da un dollaro.
Ancora una volta la mia Via della Sete mi ha condotto in un luogo dove la natura sta cedendo il posto a comitati d’esperti, monitoraggi, progetti a lungo termine. Ci sarebbe di che amareggiarsi se non fosse per i piccoli del villaggio intorno a me che ridono, litigano, giocano sulle canoe bucate cercando di capire se questo signore coi capelli imbiancati e l’occhiale da sole ha voglia di mangiarsi un’altra zuccherosa banana. Non posso rispondere al loro sorriso con un’espressione malinconica, e allora penso che c’è ancora tanta vita sul Tonle Sap, un ecosistema pieno di vita ed un briciolo di speranza, e rido anch’io.
Hello banana one dollar! Fatemi salire a bordo. Voglio guardare coi vostri occhi il paradiso di cioccolato prima che sia troppo tardi, annegarvici la mia inutilità, mettermi al suo capezzale per un’ultima, riconoscente carezza. Di banane ne ho le tasche piene.
floating-house

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25 Maggio 2007

Ad

> RTW — Edo @ 09:40

Bridge in Hanoi

Se c’è una cosa irrealizzabile qui ad Hanoi, penso sia convincere un vietanmita a togliere i piedi dall’acqua. È sufficiente osservare la mappa cittadina per rendersi conto di quanto le risorse idriche ricoprano un ruolo predominante nella vita di questo angolo di VietNam. Nel solo centro urbano arrivo a contare 30 bacini di varie dimensioni, fra i quali spiccano il grande Tay Ho Lake e le due principali attrazioni della città: il Bay Mau Lake e lo Hoan Kiem Lake, sulle cui sponde il popolo di Hanoi è solito socializzare e cercare un poco di sollievo dal rovente caldo estivo.
A differenza dell’India, dove seppure tradizionalmente consci del valore di tale elemento nel teorico, lo si rispetta poco nei fatti, qui le acque ci si impegna a mentenerle il più possibile pulite, tramite interventi e con risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Basti osservare le operazioni di manutenzione dei laghi cittadini compiute al tramonto o, ancor più banalmente, il crescere fitto e rigoglioso del riso sopra specchi d’acqua limpida, perché qui il riso è vita, e va da sé che lo si voglia allevare in buona salute. Oltre a ciò, come accade quasi ovunque, anche in questi luoghi è sempre stata una buona norma erigere templi e tempietti negli anfratti più suggestivi e silenziosi, le colline sono distanti e allora dove se non nel quieto riparo offerto da un lago? Ecco che acqua e misticismo tornano ancora una volta ad incrociare i loro destini, stavolta con risultati assai più entusiasmanti, igienici, vicini alle tradizioni di casa nostra. Il rispetto di un luogo di culto non può prescindere dal rispetto dell’area che questo occupa, concetto elementare che l’esperienza indiana mi aveva fatto perdere di vista.
Hanoi, la traduzione del suo nome ce lo ricorda (Ha sta per fiume, Noi significa all’interno), è praticamente una “città dentro il fiume”. La sua edificazione ebbe origine sulle paludi che il Fiume Rosso, educato e generoso come un buon vietnamita, mise a disposizione della popolazione il giorno che decise di farsi da parte, offrendo ai primi insediamenti che ne conseguirono un vero ben di Dio per le coltivazioni e l’approvvigionamento idrico, un regalo in cui questi laboriosi siamesi si tuffarono letteralmente, per non uscirne più.
Oggi, nelle grandi metropoli del VietNam, questo atteggiamento di devota gratitudine sta un poco venendo meno e l’inquinamento di laghi e fiumi, d’origine prevalentemente industriale, ha cominciato ad incrinare l’antico rapporto di fiducia reciproca tra l’uomo ed il prezioso liquido. Nulla di cui scandalizzarsi granchè. Considerando che stiamo parlando di agglomerati urbani con una popolazione che va dai 4 milioni di Hanoi agli 11 di Phnom Penh, illudersi di dissetarsi a sorsate da uno stagno cittadino sarebbe davvero troppo. Tuttavia, basta spostarsi di qualche chilometro per osservare, e l’ho fatto personalmente, come i canali d’irrigazione delle risaie siano ancora in grado di elargire grandi quantità di pesce e ottima acqua, che i contadini non disdegnano di bere attingendola direttamente dal suo pacifico persorso, in uno scenario incantevole. Posso io non innamorarmi d’un posto simile? Dove ancora gli abitanti prediligono un’ora di silenzioso remo a 10 minuti di motore? Al cospetto di un’anziana contadina che mi propone l’acquisto di un succulento melone, rivestita d’un pigiama in seta color tabacco decorato da bottoncini in argento cesellato, mi domando come sia stato pensabile fare a questo popolo una guerra tanto crudele.
Parentesi idilliache a parte, quello che al momento sta generando le maggiori apprensioni ai vertici governativi ed economici del Paese, riflettendosi naturalmente sulla popolazione, è la crescente domanda di energia elettrica dovuta all’esplosione demografica e produttiva in corso, ed in ciò sua maestà l’acqua torna a giocare un ruolo da vera protagonista.
“Questa Nazione è vittima del suo successo!” stigmatizza Richard Spencer, esperto in problemi energetici del World Bank’s Hanoi Office, “ma tutto questo rientra nelle urgenze tipiche dei Paesi con una crescita economica tanto rapida.”
La domanda di fornitura elettrica cresce del 15% ogni anno, e in un territorio che conta 84 milioni di abitanti la presenza di impianti di produzione energetica è ancora insufficiente, secondo la World Bank. A questo già preoccupante quadro si aggiunge, inquietando non poco, il declino idrico del Fiume Rosso, che quest’anno ha toccato il livello più basso negli ultimi cento anni, vuoi per lo scarso supporto dei nevai tibetani, vuoi altresì per la lesta intromissione del Governo cinese, che a fronte di un’altrettanto allarmante penuria di fonti energetiche ha pensato bene di piazzare una bella quantità di dighe sul tratto di Mekong di propria pertinenza, disattendendo le comuni regole del diritto ripario, sulla cui applicazione sistematica bisogna riconoscere che l’India non ha rivali: non è ammissibile far valere un diritto di proprietà sull’acqua, ovunque essa scorra.
Ne deriva che le turbine vietnamite stanno per rimanere all’asciutto. Risultato? Ad Hanoi i blackouts sono diventati una costante quotidiana, infilandosi come il classico bastone nelle ruote alla sua crescita economica. L’acqua, da generatrice di ricchezza a fonte di guai, mentre all’orizzonte torna a distendere la propria ombra l’unica alternativa possibile, il nucleare, anche se la realizzazione delle prima centrale non sarà portata a termine prima del 2015. E nel frattempo? Sono persuaso che il VietNam proseguirà, fiero e paziente, nell’ingegnarsi in attesa di tempi migliori, continuando certamente a contare sull’amichevole generosità dei propri fiumi e attendendo, come racconta la più famosa leggenda locale, che la grande tartaruga discenda ancora una volta nelle profondità dello Hoan Kiem Lake a recuperare la spada sacra, sconfiggendo il malevolo destino.
Adoro questa magnifica gente, ma personalmente preferisco sperare che le nevi ritornino presto a seppellire le vette himalayane, ed i cinesi passino ad una gestione delle risorse più democratica. O finirò anch’io per confidare nella sacra tartaruga?
Rowing in rice fields

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13 Maggio 2007

Per

> RTW — Edo @ 02:33

Me and Mr. A. Ramakrishna

Discutere di risorse idriche con Mr. A. Ramakrishna è come consultare un trattato d’ingegneria idraulica applicata al territorio. Sull’argomento acqua questo straordinario personaggio dal sorriso affabile ed i modi eleganti ha le idee molto chiare, e non c’è progetto passato, presente e futuro di cui egli non conosca i minimi dettagli e non te li descriva, metro per metro, litro per litro. Grazie ad un acume ed una professionalità fuori dall’ordinario, in 12 anni al timone della Larsen & Tourbro, la più solida e rinomata Compagnia di costruttori dell’intera India, Mr. AR, come lo hanno affettuosamente battezzato i suoi collaboratori, è arrivato ad incrementare il fatturato del gruppo di ben 15 volte, e nonostante una moneta ancora piuttosto debole, stiamo parlando di cifre da capogiro. Oggi nel sub-continente indiano non esiste opera avveniristica che non sia firmata dalla L&T e dalla consociata ECC: ospedali, shopping centers, aeroporti, autostrade, università, stadi, interi quartieri, tutti progettati con una cura del particolare ed una ricerca stilistica da avergli fatto collezionare qualche decina di riconoscimenti internazionali, per non parlare dei tempi di consegna: ineguagliabili. Tre mesi e mezzo per realizzare l’aeroporto di Puttaparthi, un anno e tre mesi per iniziare e portare a termine, nell’Andra Pradesh, la costruzione del più maestoso ospedale io abbia mai visto, ribattezzato Il Tempio della Guarigione. Vista la sua somiglianza con la basilica di S. Pietro, piazza compresa, la definizione calza a pennello.
“Quando è nata la L&T, 62 anni fa, il nostro motto identificativo era Costruttori per la Nazione, oggi lo stiamo mutando in Costruttori della Nazione!”
Ascoltando le parole di Ramakrishna, ecco che l’idea di un’India destinata a diventare prima potenza economica del pianeta comincia a prendere corpo. Ma veniamo al motivo per cui sono capitato a sedermici di fronte.
Non è un caso, che attualmente in cima agli interessi di questo colosso delle costruzioni ci sia l’acqua e tutto quanto orbita intorno alla sua movimentazione. La posta in gioco è ovviamente enorme, ma se a qualcuno dovesse sorgere il sospetto che ciò sia dovuto alla sola smania di fama e ricchezza, se lo levi pure dalla testa, qui siamo in India, il luogo dove sui beni materiali ancora prevale lo spirito. Poco credibile? Allora per fare giustamente chiarezza è bene io compia un doveroso passo indietro, cominciando dal fatto che sono arrivato a Ramakrishna tramite la Sathya Sai Trust, ovvero l’organizzazione con sedi in tutto il mondo alla quale fa capo il celeberrimo swami Sai Baba. Avete presente quell’omino in odore di santità con un grande cespuglio di capelli neri a fargli da copricapo, che materializza nuvolette di cenere dalle mani, vestito dall’immancabile saari arancio? Lui. Non tramite il “reincarnato” personalmente, certo, ma grazie alla mediazione della squisita signora Alida Parkes, portavoce della SST in Italia, senza il cui supporto ogni velleità cronistica attinente i generosi progetti dello swami nel settore di mia pertinenza, sarebbe finita anch’essa in cenere.
Curiosando su internet da casa mia, un paio di mesi prima della partenza, ho letteralmente sussultato dinanzi ad un titolo che mi corrispondeva alla perfezione: Togliere la sete! È da questa laconica ma basilare illuminazione, avuta da Sai Baba in gioventù, che prende il via uno dei progetti idrici più ambiziosi che l’India abbia mai preso in considerazione, la cui realizzazione è finita inevitabilmente nelle mani di coloro che, più d’altri, di grandi opere se ne intendono: la Larsen & Tourbro, il cui Presidente uscente ha accettato senza incertezze, e con una cortesia tipica di questi luoghi, di rilasciarmi un’intervista. Come immagino starà capitando a chi mi sta leggendo, anch’io ho banalmente pensato all’inestimabile quantità di soldi che la SST avrà sborsato nelle casse della L&T, ma mi sbagliavo.
“Per molti di noi” esordisce Mr. AR, “ogni divinità riconosciuta di questa Terra rappresenta la reincarnazione di Dio. Buddha, Maometto, il vostro Gesù Cristo, e la stessa cosa vale per Sai Baba. Aiutare i bisognosi è servire Dio.” Ecco che grandi numeri e misticismo cominciano a scambiarsi i ruoli. “I 270 milioni di euro spesi per portare a conclusione il Sathya Sai Water Supply Project, elargiti dalla SST con il contributo di associazioni filantropiche e privati, hanno coperto le sole spese vive. Noi non lavoriamo per Sai Baba a fini di lucro. Abbiamo semplicemente compreso che senza il nostro coivolgimento il progetto non si sarebbe mai realizzato, e ciò è stato sufficiente a convincerci.” A questo punto Ramakrishna si interrompe per mostrarmi con un orgoglio che lambisce la commozione, tre oggetti che lo swami ha materializzato davanti ai suoi occhi per farnegliene dono: un orologio d’oro massiccio, una collana anch’essa in oro col disegno dell’OM, la pace universale, e un anello decorato con pietre preziose dai colori sgargianti. Quest’uomo comincia a divertirmi. Per alcuni minuti mi confida senza imbarazzo il proprio rapporto col Creato, la vita, la morte che si risolverà con la reincarnazione, nuovamente la tolleranza senza pregiudizi per ogni forma di religiosità. Sai Baba è Dio, io sono è Dio, ed anche tu sei Dio, ribadisce con una serena risata. E proprio grazie all’aiuto divino, oltre che a tecnologie d’avanguardia, è stato possibile realizzare un progetto che oggi è in grado di dissetare 731 villaggi nell’Anathapur e altri 320 fra Medak e Mahabubnagar, per un totale di due milioni di abitanti, che sino a ieri i 40 litri procapite di acqua al giorno attualmente a disposizione se li sognavano. Impianti di filtraggio e purificazione, monitoraggio delle perdite, cisterne a profusione, oltre 2000 chilometri di condutture della migliore qualità e canali, che corrono da nord a sud sfruttando il naturale gradiente del territorio evitando sprechi energetici. Io sono frastornato, ma Ramakrishna è come stesse scivolando all’interno delle sue tubazioni ed arrestarne la corsa non mi sarà facile.
“Questa è sola un piccola porzione di ciò che la L&T sta facendo per il rifornimento idrico del Paese.” E riprende ad elencarmi faraonici propositi, che vanno dalla messa in comunicazione dei due maggiori canali fluviali nazionali alle soluzioni in fase di studio contro le conseguenze delle alluvioni, e via di seguito, fino al progetto sollecitato dal Chief Minister del Tamil Nadu in persona, Karunanidhi, che risolverà l’annoso problema di rifornimento idrico della città di Madras.
Dati, cifre, quantità che mi piovono letteralmente davanti andando a comporre un mosaico del quale non riesco ad intravedere l’ultima tessera, arrivando a preoccuparmi che l’ora di nastro a disposizione della mia telecamera non si esaurisca sul più bello.
Giusto per non congedarmi da Mr. AR senza aver provato ad incrinarne la serenità, mi permetto ad un certo punto di interrompere il soliloquio con una domanda che so poter generare un qualche fastidio ad un leader del suo calibro, e gli chiedo con aria distaccata un’opinione in merito allo scottante dibattito circa la privatizzazione delle acque. Qui effettivamente, pur mantenendo il tipico aplomb di chi come lui ha speso qualche anno di studi in Germania, la voce gli si incrina per una manciata di secondi.
“Sarò molto franco nel risponderle” e mentre con un piede comincia a menare calcetti al cestino, mi enuncia una teoria abbastanza composita che parte ancora una volta dalla relazione socio-politico-religiosa che lega il popolo indiano all’acqua, elemento vissuto come un diritto naturale inalienabile, e finisce all’indispensabilità del settore privato nella soluzione dei troppi problemi che il Paese deve risolvere, se vorrà realmente collocarsi fra le punte di diamante dell’economia internazionale, specificando che pur essendo privatizzabili gli impianti, non sarà mai privatizzabile il percorso che l’oro blu deve compiere fra un impianto e l’altro, tanto per mantenere in equilibrio i due piatti della bilancia. Certamente, mettere i bastoni tra le ruote a muscolose holding come la francese Vivendi Environment, protagonista numero uno dell’industria idrica mondiale, non più è pensabile, ma Ramakrishna a sua volta mi chiede se conosco qualche Paese che sia riuscito a farlo.
“Privatizzare gran parte di questo mercato è ormai inevitabile, ma faremo il possibile perché le nostre acque rimangano un bene a disposizione del nostro popolo, e non diventino merce di scambio,”
Durante i restanti dieci minuti di conversazione Mr. AR vuole sapere un poco di curiosità della mia vita e sull’Italia, che non è ancora riuscito a visitare come meriterebbe, poi mi accompagna a rifocillarmi a proprie spese in uno dei più lussuosi hotel di Madras, dal quale esco sazio e con la testa sottosopra per i numerosi cocktail locali che l’amabile personaggio mi ha invitato ad assaggiare, mentre lui sorseggiava una Pepsi con aggiunta di lime. In effetti, ad un adepto di Sai Baba una sbronza non si addice granchè.
SAIBABA

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11 Maggio 2007

SEKHAR

> RTW — Edo @ 10:41

India rurale - Madras

Il mio incontro con Sekhar Raghavan, 58 anni, docente con alle spalle un PhD in Fisica conseguito all’Università di Madras ed oggi Direttore del Rainwater Harvesting Program, è un episodio che ha segnato in profondità questa prima parte del mio viaggio lungo la Via della Sete.
In sua compagnia ho potuto scoprire, a proposito dell’acqua e dei problemi che il suo reperimento ed utilizzo comportano in questo territorio dell’India meridionale, molto più di quanto potessi attendermi. Persona estremamente colta, generosa e preparata, dal 2002 si è fatto carico con entusiasmo della divulgazione delle tecniche attinenti la raccolta dell’acqua piovana a vantaggio di alcuni milioni di abitanti, accogliendo nel proprio Rain Center delegazioni provenienti dai tre Stati più aridi della Nazione: Tamil Nadu, Andra Pradesh e Karnataka. Starlo ad osservare mentre istruisce i giovani delle scuole cittadine, un insegnamento che un giorno potrà salvare loro la vita, è un’esperienza che spalanca il cuore, che mette allegria. La sua assidua attività sta contribuendo a ristabilire i delicati equilibri idrici che il boom edilizio indiano rischiava di minare irrimediabilmente, con insediamenti in aree dove fino a qualche anno fa erano solo campi coltivati, specchi d’acqua, pozzi e canali d’irrigazione. Per il sud del Paese l’akash ganga, l’acqua che piove dal cielo, ha sempre rappresentato la principale fonte di sostentamento, in particolar modo quella contenuta nei giacimenti sotterranei. “Le falde sotterranee sono come una banca!” esordisce Sekhar “Se continuiamo a pescarvi danaro senza rifornirne le casse, esso per forza di cose finisce!” Semplice ma efficace, come le soluzioni che illustra a chiunque voglia ascoltarlo.
Il monsone di nordest quaggiù colpisce con minor frequenza che altrove, ma la cultura contadina e la sapienza dei bramini hanno saputo nei secoli porre rimedio alle difficoltà con pratiche di straordinaria efficacia. I bacini idrici realizzati nelle campagne, i cosiddetti ery in lingua tamil, contengono, oltre alle acque piovane, tutta la genialità dell’essere umano; essi sono qualcosa di straordinario dal quale dovremmo tornare a prendere esempio, visti i tempi di siccità che si prospettano. Grazie agli ery, laghi ricavati da ampie depressioni del terreno comunicanti per esondazione con altre centinaia di laghi simili, l’acqua per irrigare le coltivazioni non è mai mancata. Una funzione assai simile era coperta dalle holy tanks, le enormi piscine sacre approntate accanto ai numerosi templi cittadini. Ogni tempio, una vasca, e sotto ad ogni vasca un giacimento sempre pieno, ecco il segreto per non far patire la sete a uomini, animali e ortaggi. Vitali tradizioni che senza Sekhar e la Akash Ganga Trust sarebbero evaporate del tutto, come fa la pioggia al sole di qui.
Non mi dilungherò oltre. Mi limito a ribadirgli su questo notiziario la gratitudine per ciò che sta facendo a favore della sopravvivenza di tanti, come della mia.
Coloro che fossero interessati, e sarebbe il caso di esserlo, a saper qualcosa in più sulle metodologie applicate dal Rainwater Harvesting Program e le sue numerose attività, ormai di interesse internazionale, consiglio di visitare il sito www.rainwaterharvesting.org, oppure di scrivere la propria solidarietà a questo piccolo, grande uomo: Sekhar Raghavan - sekar1479@yahoo.co.in - di sicuro lo troverete qui, a Madras, in devota attesa di un monsone generoso. In bocca al lupo amico mio.
Raghavan' familyKids at school - Madras

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10 Maggio 2007

Bombay:

> RTW — Edo @ 04:02

Mumbai - villaggio pescatori in citta'

SCAIR-INDIA è il titolo che figurava a lettere cubitali giorni fa sulla prima pagina del Mumbai Mirror. Un banale quanto efficace gioco di parole che associa la paura, alla disgrazia di volare con la compagnia di bandiera indiana. Sotto lo strillo una grande foto a colori mostrava il tappeto nel corridoio del volo AI102 New York-Mumbai, completamente allagato dall’acqua fuoriuscita dai serbatoi della ritirata, e ricoperto di pagine di giornale per tamponare l’insolito incidente accaduto a 10.000 metri d’altezza, poco più sotto il volto stupefatto del reporter autore del servizio.
Io, a un paio di settimane dal mio arrivo, in tutto ciò non vi trovo più nulla di tanto sorprendente. Bombay è una città che perde acqua, ovunque. In entrambi gli hotel che mi hanno ospitato, un ostello il primo, un quattro stelle il secondo, dopo poche ore mi sono ritrovato coi piedi a mollo. All’ostello credo la perdita in bagno fosse irrimediabile, per evidenti motivi di manutenzione ignorata da un bel pezzo. Al Suba Palace invece era il rubinetto della doccetta per le abluzioni a gocciolare imperterrito. Essendomi accorto dell’inconveniente durante la notte, ho maldestramente pensato di risolvere alla bell’e meglio la faccenda posizionandogli sotto un capiente secchio da 30 litri trovato nella toilette, ritrovandomi con l’acqua che debordava dal contenitore ed il bagno allagato il mattino dopo. Addirittura, il giorno della mia ultima sveglia a Bombay, una copiosa perdita in corso nella camera accanto è filtrata da sotto la porta ed il marmo del mio pavimento riluceva come la superficie di una palude. Probabile che le guarnizioni in questi luoghi non siano della migliore qualità, ho immediatamente pensato, l’aggettivo “qualità” non è ancora fra i più utilizzati in India. Ma osservandomi in giro sono arrivato a convincermi che le origini di questo male stiano altrove e siano radicate in maggior profondità.
Sino ad oggi l’approvvigionamento d’acqua in questa pur vasta Nazione non ha mai rappresentato insormontabili problemi, il monsone di nordest ne ha sempre rifornita oltre il necessario, e grazie a lui i giacimenti sotterranei si ricaricavano regolarmente. Nei territori dove l’oro blu scarseggiava sono intervenuti gli inglesi creando laghi artificiali e canalizzando le acque, ed anche lì la questione è stata in massima parte risolta. Nella norma, i problemi di rifornimento idrico erano soliti creare fastidi alla popolazione solo durante la stagione secca, ma mai oltre il sopportabile e comunque, col sopraggiungere dei temporali si sarebbe tutto risolto come da tradizione. Quindi perchè preoccuparsi di un elemento che non manca mai? Corretto! Una volta all’anno le alluvioni si portano via qualche centinaio di cadaveri e allora non vedo con quale coraggio si possa impedire a chiunque di svuotare una cisterna per riempirsi una bottiglia.
Insomma, la breve ma indiscutibile serie di motivi elencata mi induce a credere che questa gente abbia da sempre un rapporto con l’acqua talmente confidenziale, e sottomesso, da spingerli alcune volte ad eccedere nell’abusarne, quasi a volersi rifare del danno subito, sprecandone quantità oggi insostenibili. Questi eccessi di confidenza e disinteresse sono riscontrabili quotidianamente ed oltrepassano alla grande le perdite nei servizi igienici di cielo e terra, per cui vado oltre, esaminando le condizioni delle grandi condutture che riforniscono Bombay pescando acqua dai laghi localizzati nel centro del Sanjay Gandhi National Park, l’area più verde del Maharashtra. Ebbene, questa chilometrica rete di malconce tubazioni, molte delle quali predisposte circa un secolo fa, è un vero colabrodo. Non passa settimana senza che in esse si spalanchi una qualche falla di notevoli proporzioni, la cui riparazione lascerà una corposa fetta di cittadinanza a secco per un giorno o due, quando va bene. Se ciò non bastasse, lungo le condutture hanno giustamente pensato di insediarsi buona parte delle baraccopoli che circondano la città, e stiamo parlando di qualche milione di povera gente, che per risolvere la questione idrica, la più urgente nella loro infinita lista di dilemmi, hanno scelto la soluzione meno faticosa: rubare acqua. Nulla di troppo ingegnoso, basta aprire un piccolo foro per averne a secchi. Un forellino che si ripete ogni qualche decina di metri per buona parte del lungo tragitto coperto dal network di condotte. A fronte di tutto questo la BMC, ovvero la Bombay Municipal Corporation, si dichiara impotente. Finchè si richiede di intervenire su tubazioni che corrono nelle campagne la riparazione del danno avviene senza problemi ed in tempi ragionevoli, ma quando si tratta di compiere verifiche in uno slum, dove sono centinaia le capanne che utilizzano il gigantesco tubo come solida parete di sostegno, l’azienda municipale alza bandiera bianca. Il classico ago nel pagliaio.
A Bombay tutte le questioni che interessano il territorio fanno capo alla BMC, ed il primo test che ogni neo-eletto alla gestione della comunità deve superare riguarda immancabilmente il governo delle acque e la soluzione dei numerosi problemi che ogni monsone arrecherà, come prevenirli, come attenuarne i danni. Quest’anno toccherà al Dottor Jairaj Pathak incrociare le dita nell’attesa di una stagione di piogge clemente, cioè l’unica chance di salvare il posto a sedere, come dichiara lui stesso da una intervista in The Times of India, appellandosi altresì alla collaborazione della Slums Rehabilitation Authority. Perchè nonostante i furti d’acqua, un solo morto annegato fra questi disgraziati minerebbe indelebilmente la sua immagine pubblica, e la cittadinanza non glielo perdonerebbe. Lo spirito democratico quaggiù supera quello occidentale, questo va riconosciuto, ed avrò modo di constatarlo anche in seguito.
Quanto descritto fino a qui probabilmente risulterà nuovo a molti tra coloro che hanno visitato l’India prima di me, per via del fatto che, emorragie d’acqua in albergo a parte, non sono faccende che si individuano ad una prima occhiata. Quello che invece non può passare inosservato è lo stato del litorale. Durante una breve esplorazione alle sabbie di Juhu Beach, affollatissima spiaggia di uno dei distretti più ricchi della città, la prima raccomandazione ricevuta dal mio autista pro tempore Robert, è stata: “Se ha intenzione di fare quattro bracciate se lo levi dalla testa, Sir! Quell’acqua non le gioverebbe!” Una speranza che avevo per altro già accantonato dopo aver visitato uno dei quartieri dove vivono e lavorano i pescatori. Va bene, in una metropoli tanto sovraffollata non mi aspettavo di godermi i delfini che fanno le capriole, ma quanto visto fra i decrepiti pescherecci mi risulta difficile da descrivere. Per evitare di dilungarmi in disgustose disamine, aggiungo solamente che lo spazio occupato dall’acqua confrontato a quello occupato dai rifiuti galleggianti è assai marginale. Le piccole chiatte adoperate per raggiungere le imbarcazioni alla fonda sono esse stesse assemblate utilizzando reti imbottite di spazzatura. Credetemi, di mari sudici ne ho visti, ma questo va oltre ogni immaginazione. Una moribonda discarica tenuta in vita dalla risacca. I motivi? Principalmente uno solo: fra questi dodici milioni di abitanti ce n’è una discreta percentuale che usa gettare l’immondizia in mare. Ho avuto modo di vedere coi miei occhi un giovane avvicinarsi al parapetto di Marine Drive per scagliare come nulla fosse la sua sporta di plastica oltre il frangiflutti, per poi tornare soddisfatto sui propri passi, alla presenza di due poliziotti in motocicletta che non l’hanno degnato della minima attenzione. Raccapricciante.
Ora, se a tutto questo pasticcio di inadempienze, ignoranza, rassegnazione ed esagerata tolleranza, andiamo ad aggiungere il global warming, le scelte agricole errate, i dati inerenti un incremento della popolazione quadruplicatosi negli ultimi dieci anni, ed un’espansione edilizia da rabbrividire, le possibilità di rimanere a secco d’acqua nel breve periodo diventano un dato di fatto.
SCAIR INDIA

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7 Maggio 2007

Prasoon

> Senza categoria — Edo @ 10:49

prasoon

Oggi ho intervistato Prasoon Kumar.
Prasoon, mi piace questo nome così evocativo, non fa solo il giornalista. Da qualche tempo si è preso a cuore il destino infelice del lago davanti a casa sua, a Powai, Hidanandani Garden per l’esattezza, tentando nel suo piccolo di sollevare un agguerrito movimento d’opinione a favore della salvaguardia del Powai Lake. Insieme al Vihar Lake ed il Tulsi Lake, questo lago realizzato dai colonizzatori di Sua Maestà, ha nei secoli rappresentato l’orgoglio di queste genti ed una preziosa fonte di acque fresche e ristoratrici. Un tempo qui nel mezzo del Sanjay Gandhi National Park si pescavano carpe lunghe un metro buono, venivano in cerca d’ispirazione i più noti artisti del Maharashtra, ci si nuotava bevendo la sua acqua a sorsate. Oggi Powai è una città moderna, alta ed ambita, ed il prezzo pagato di tale esplosione edilizia all’avanguardia è stata la vita dello specchio d’acqua e delle sue straordinarie risorse. Acqua salata, piante acquatiche della peggiore specie ed immondizia per le lenze. Ma Prasoon ancora ci crede. In poche ore non ho fatto in tempo a capire se lo faccia per ingenuità, impeto ecologista o se nutra davvero speranze, di sicuro ho compreso che il suo Planet Powai Newspaper è sempre meglio che niente, perchè il nulla e l’indifferenza quassù hanno fatto già troppi danni. E allora forza e coraggio Mr. Kumar, chissà che di battaglia in battaglia tu non vinca infine la guerra.

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6 Maggio 2007

Mumbai

> Senza categoria — Edo @ 11:00

laundry

I dhobi certo non temono l’acqua. Al Dhobi Ghat , il lavatoio municipale di Mumbai, la simbiosi fra l’uomo ed il vitale elemento è limpida, seppure tale aggettivo strida parecchio in questa torbida liturgia celebrata tra schiavi e panni da lavare. In un contesto del genere un occidentale arriverebbe al punto di odiarla, l’indiano invece dall’acqua, pulita o lorda che sia, ci si lascia torturare senza un lamento per ore, sa di aver bisogno di lei, che serve collaborazione reciproca per sopravvivere. È cosa risaputa, in nessun posto come in questo Paese il concetto di acqua come bene comune insostituibile, come diritto naturale, è più radicato. Ed in nessun luogo come qui tra gli operai dhobi, gli uomini lavatrice di Mumbai, tutte queste belle teorie si fanno visibili e concrete.
Secondo la cosmologia induista è dalle acque che ha origine l’universo, e sono le divinità a rendere queste acque produttive. L’uomo, l’umile mezzo che rende ciò possibile. Allora il dhobi alza la camicia zuppa al cielo e l’abbatte con violenza sul sasso della vasca, con un pensiero rivolto a Shiva ed uno allo stipendio che non migliora, ne sono certo, o quanto meno lo spero. Perchè d’accordo, gli Dei non si discutono e talune tradizioni vanno salvaguardate, ma l’idea di sapere questa gioventù in un altro posto di lavoro, meglio se da domani stesso, la troverei l’unica nota lieta del pomeriggio. Che utilizzassero l’aria condizionata con più parsimonia ed investissero l’energia risparmiata a far funzionare delle lavatrici! Ma poi i dhobi che fine farebbero?
Ad ogni pestone gli stracci levano in aria corolle di vetro, a decine, come fiori in vita per un istante solo. I volti grondanti appaiono tremendamente concentrati, e lo sono. Vorrei sapere su cosa, ma le tante immagini sacre appese alle pareti dell’ampio cortile, delle quali non so abbastanza, mi danno ad intendere che la mia sarebbe curiosità fuori luogo, in grado di generare solamente altre incertezze.
Robert, il mio autista per un giorno, che mi è stato pacificamente alle spalle per buona parte della visita, ad un certo momento se ne salta fuori col ricordarmi che lì nel mezzo potrebbe benissimo trovarsi un asciugamano del mio hotel, esortandomi senza volerlo a tenere d’occhio il ciclo di lavaggio con più attenzione. Certo che finché si tratta di asciugamani e lenzuola! Dovrò sbrigarmi a recuperare del sapone in polvere in modo da lavare personalmente i miei panni. Non che abbia con me roba pregiata, ma gli unici due pantaloni vorrei portarli in fondo a questi quattro mesi di viaggio, e quanto vedo non mi pare la maniera più indicata. Un’insaponata, cinque sei passaggi con una rude spazzola in legno e setole, un’abbondante sciaquata, e via che milioni di gocce prendono ad innafiare l’accampamento, al suono della frusta. Asciugamani dal destino breve. Il laundry bag posizionato all’ingresso della mia stanza resterà vuoto di sicuro.
Questo mio pellegrinaggio in cerca d’acqua è appena cominciato, qui al Dhobi Ghat ho compreso che sarà un cammino lungo e sorprendente. Pim, pum, splash!
face

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Mumbai

> Senza categoria — Edo @ 04:59

laundry

I dhobi certo non temono l’acqua. Al Dhobi Ghat, il lavatoio municipale di Mumbai, la simbiosi fra l’uomo ed il vitale elemento e’ limpida, seppure tale aggettivo strida parecchio in questa torbida liturgia celebrata fra panni da lavare e schiavitu’.
In un contesto del genere un occidentale arriverebbe al punto di odiarla, l’indiano invece dall’acqua, pulita o lorda che sia, ci si lascia torturare senza un lamento per ore, sa di avere bisogno di lei, che serve collaborazione reciproca per sopravvivere. E’ cosa risaputa che in nessun posto come in questo Paese il concetto dell’acqua come bene comune insostituibile, come diritto naturale, e’ piu’ radicato. Ed in nessun luogo come qui tra gli operai dhobi, gli “uomini lavatrice” di Mumbai, tutte queste belle teorie assumono sembianze concrete e visibili. Secondo la cosmologia induista e’ dalle acque che ha origine l’universo, e sono le divinita’ a rendere queste acque produttive. L’uomo, l’umile mezzo che rende cio’ possibile. Allora il dhobi alza la camicia zuppa al cielo e l’abbatte con forza sul sasso della vasca, con un pensiero rivolto a Shiva e Ganesh, ed uno allo stipendio che non migliora, ne sono certo, o quantomeno lo spero. Perche’ d’accordo, gli Dei non si discutono e talune tradizioni vanno salvaguardate, ma l’idea che di sapere questa gioventu’ in un altro posto di lavoro, meglio se da domani stesso, la troverei l’unica nota lieta del pomeriggio. Che usassero l’aria condizionata con piu’ parsimonia ed investissero l’energia risparmiata per far funzionare delle lavatrici! Ma poi i dhobi che fine farebbero?
Ad ogni pestone gli stracci levano in aria corolle di vetro, a decine, come fiori in vita per un istante solo. I volti grondanti e concentrati. Sarei curioso di sapere su cosa, ma le tante immagini sacre appese alle pareti dell’ampio cortile, delle quali non so abbastanza, mi danno ad intendere cher la mia sarebbe curiosita’ fuori luogo, in grado di generare solamente altre incertezze.
Robert, il mio autista per un giorno, che mi e’ stato pacificamente alle spalle per buona parte della visita, ad un certo momento se ne salta fuori col ricordarmi che li’ nel mezzo potrebbe benissimo trovarsi un ascigamano del mio hotel, esortandomi senza volerlo a tenere d’occhio il ciclo di lavaggio con maggiore attenzione. Certo che finche’ si tratta di asciugamani e lenzuola! Dovro’ sbrigarmi a recuperare del sapone in polvere in modo da lavare personalmente i mie quattro panni. Non che abbia con me capi preziosi, tutt’altro, ma gli unici due pantaloni vorrei portarli in fondo a questi 4 mesi di viaggio, e non mi pare questa la maniera piu’ indicata. Un’insaponata, cinque sei passaggi di una rude spazzola in legno e setole, abbondante sciacquata, e via che milioni di gocce prendono ad innafiare l’accampamento, al suono della frusta. Asciugamani dal destino breve. Il laundry bag accanto all’ingresso della mia stanza restera’ vuoto di sicuro.
Questo mio pellegrinaggio in cerca d’acqua e’ appena cominciato, qui al Dhobi Ghat ho compreso che sara’ un cammino lungo e sorprendente. Pim, pum, splash!

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