Cambogia - Il popolo del lago di cioccolato
Tonle Sap Lake - Questo popolo della acque mi ha contagiato. Non riesco dal togliermi dalla testa i loro volti, gli sguardi sicuri, i gesti misurati che tanto amo di chi si trova a convivere con un mondo liquefatto. Mi viene difficile illustrare chiaramente ciò che provo in mezzo a loro. Standomene ad osservare questa gente tuffarsi in acque dove noi occidentali non bagneremmo un alluce avverto un senso di sconfitta personale, alla quale si sovrappone il fascino suscitato dall’invadenza allegra con cui i bambini ti circondano armati di banane per riuscire a strapparti un miserabile dollaro, e la loro felicità senza pari quando riescono a spuntarla. Mi sento testimone di qualcosa di sovrannaturale. Il minimalismo primordiale delle abitazioni galleggianti, null’altro che ripari dove la natura ha libero accesso, mi sbatte in faccia una forza ed una predisposizione alla sopravvivenza che io, uomo progredito del ventunesimo secolo non ho più. In mezzo a questo paradisiaco inferno vorrei sentirmi a mio agio, lo vorrei con tutto il mio cuore, ma non ci riesco. Umiliato dagli umili, invidioso di chi certo non mi invidia.
Hello banana one dollar! Ecco cosa dovrei fare, salire a bordo di queste moribonde canoe ed in buona compagnia aggiungermi al coro: hello banana one dollar! per vedere se mi riesce di sperimentare la stessa gioia di vivere circondato da quello che credevo rasentasse la morte. Niente acqua corrente, l’energia elettrica fornita da batterie di qualche defunto automezzo, l’orticello che galleggia sotto la finestra, legna e padelle che seccano al sole, un pavimento d’assi ed un infinito mare color cioccolato intorno, a cui non daresti due centesimi di fiducia, ma dalla quale loro, l’inaffondabile popolo del Tonle Sap riesce a sfoderare, come dal cappello a cilindro di un vecchio mago, il pesce necessario a sfamare la famiglia, che qui in Cambogia è un già un lusso mica da niente.
In questa stagione il lago tocca il suo livello più basso, non più d’un metro di profondità. Le piene monsoniche ricominceranno a gonfiarlo tra un mese o due, quando la superficie sommersa salterà dagli attuali 3000 chilometri quadrati a 15.000, portandosi appresso qualche centinaio di tonnellate di pesci gatto, enormi, guizzanti, rilucenti e benedetti. Le acque nel contempo s’alzeranno di parecchi metri, otto, dieci, riconquistando il territorio ora inaridito dal sole rovente, e le capanne lungo la strada, i torpedoni zeppi di turisti, dollari e macchine fotografiche sfolleranno lontani, a nord. A quel punto per i 300.000 abitanti del villaggio galleggiante, tornati nel loro sacrosanto isolamento, sarà ancora una volta festa grande. Già, ma ancora per quanto? Una settimana fa il Cambodia Weekly denunciava lo sterminio di 50 tonnellate di pesce dovuto ai veleni scaricati da un’azienda di tessuti nelle vicinanze, una disgrazia in più fra le tante che flagellano un’area assetata di benessere, un trafiletto in quarta pagina offuscato dagli espropri dei terreni rurali, anestetizzato dall’ennesima celebrazione a Sua Maestà Sihamoni. Ma i problemi d’inquinamento sono ancora poca cosa, una tirata d’orecchie ai responsabili e si ricomincia, come accade ovunque da che mondo è mondo. Il dramma vero si annida nel fatto che in questo grande lago tanto torbido quanto generoso, sta venendo a mancare un ospite fondamentale, sempre lui: il Mekong. Il rifornimento idrico di questa regione è regolato, secolarmente, da un andamento delle acque singolare e delicato, una concatenazione naturale di vasi comunicanti che senza la devastante potenza del Mekong non può sopravvivere. Una volta all’anno il grande fiume asiatico agisce da muscolo cardiaco per il lago Tonle Sap, spingendovi all’interno una buona parte delle sue piene dirette al vicino delta, in una risalita verso nord che ha del miracoloso. A quel punto il Tonle Sap, a propria volta, può cedere nuova linfa al fiume Siem Reap, riempire le reti di mezza Cambogia, e restituire come un buon fratello le acque in eccesso al grande fiume, che potrà disperderle in mare con la coscienza in ordine.
Questo accadeva fino a pochi anni fa. Oggi il Mekong è un fiume stanco, una vena che qui, sul finire del proprio percorso, giunge lacerata, prosciugata dal riscaldamento climatico, sfiancata dai prelievi cinesi, spremuta dalla guerra ai blackout vietnamiti, un viaggiatore che dopo secoli di regali per tutti, si presenta alle palafitte del villaggio con le tasche mezze vuote. Dal 1997 l’UNESCO, nell’ambito del suo programma intitolato Man and Biosphere, ha dato vita alla Tonle Sap Biosphere Reserve (TSBR), il cui scopo è tutelare un patrimonio altrimenti destinato come tanti altri all’estinzione. I risultati non paiono troppo confortanti, ma quantomeno la consapevolezza dell’importanza che il lago ricopre per questo territorio ha assunto dei connotati ufficiali, sperando che a trarne beneficio non siano solo i turisti in visita ai templi e coloro che grazie al boom turistico gonfiano il proprio conto corrente.
Nel concreto, rimane fuori da ogni dubbio che senza risolvere i problemi a monte, non sarà mettendo sotto la lente quelli accumulatisi a valle che salveremo capra e cavoli, pesci e pescatori alla corte de Re, dove tutto ancora si compra con un biglietto da un dollaro.
Ancora una volta la mia Via della Sete mi ha condotto in un luogo dove la natura sta cedendo il posto a comitati d’esperti, monitoraggi, progetti a lungo termine. Ci sarebbe di che amareggiarsi se non fosse per i piccoli del villaggio intorno a me che ridono, litigano, giocano sulle canoe bucate cercando di capire se questo signore coi capelli imbiancati e l’occhiale da sole ha voglia di mangiarsi un’altra zuccherosa banana. Non posso rispondere al loro sorriso con un’espressione malinconica, e allora penso che c’è ancora tanta vita sul Tonle Sap, un ecosistema pieno di vita ed un briciolo di speranza, e rido anch’io.
Hello banana one dollar! Fatemi salire a bordo. Voglio guardare coi vostri occhi il paradiso di cioccolato prima che sia troppo tardi, annegarvici la mia inutilità, mettermi al suo capezzale per un’ultima, riconoscente carezza. Di banane ne ho le tasche piene.














