Bombay: chiare, fresche, marce acque
SCAIR-INDIA è il titolo che figurava a lettere cubitali giorni fa sulla prima pagina del Mumbai Mirror. Un banale quanto efficace gioco di parole che associa la paura, alla disgrazia di volare con la compagnia di bandiera indiana. Sotto lo strillo una grande foto a colori mostrava il tappeto nel corridoio del volo AI102 New York-Mumbai, completamente allagato dall’acqua fuoriuscita dai serbatoi della ritirata, e ricoperto di pagine di giornale per tamponare l’insolito incidente accaduto a 10.000 metri d’altezza, poco più sotto il volto stupefatto del reporter autore del servizio.
Io, a un paio di settimane dal mio arrivo, in tutto ciò non vi trovo più nulla di tanto sorprendente. Bombay è una città che perde acqua, ovunque. In entrambi gli hotel che mi hanno ospitato, un ostello il primo, un quattro stelle il secondo, dopo poche ore mi sono ritrovato coi piedi a mollo. All’ostello credo la perdita in bagno fosse irrimediabile, per evidenti motivi di manutenzione ignorata da un bel pezzo. Al Suba Palace invece era il rubinetto della doccetta per le abluzioni a gocciolare imperterrito. Essendomi accorto dell’inconveniente durante la notte, ho maldestramente pensato di risolvere alla bell’e meglio la faccenda posizionandogli sotto un capiente secchio da 30 litri trovato nella toilette, ritrovandomi con l’acqua che debordava dal contenitore ed il bagno allagato il mattino dopo. Addirittura, il giorno della mia ultima sveglia a Bombay, una copiosa perdita in corso nella camera accanto è filtrata da sotto la porta ed il marmo del mio pavimento riluceva come la superficie di una palude. Probabile che le guarnizioni in questi luoghi non siano della migliore qualità, ho immediatamente pensato, l’aggettivo “qualità” non è ancora fra i più utilizzati in India. Ma osservandomi in giro sono arrivato a convincermi che le origini di questo male stiano altrove e siano radicate in maggior profondità.
Sino ad oggi l’approvvigionamento d’acqua in questa pur vasta Nazione non ha mai rappresentato insormontabili problemi, il monsone di nordest ne ha sempre rifornita oltre il necessario, e grazie a lui i giacimenti sotterranei si ricaricavano regolarmente. Nei territori dove l’oro blu scarseggiava sono intervenuti gli inglesi creando laghi artificiali e canalizzando le acque, ed anche lì la questione è stata in massima parte risolta. Nella norma, i problemi di rifornimento idrico erano soliti creare fastidi alla popolazione solo durante la stagione secca, ma mai oltre il sopportabile e comunque, col sopraggiungere dei temporali si sarebbe tutto risolto come da tradizione. Quindi perchè preoccuparsi di un elemento che non manca mai? Corretto! Una volta all’anno le alluvioni si portano via qualche centinaio di cadaveri e allora non vedo con quale coraggio si possa impedire a chiunque di svuotare una cisterna per riempirsi una bottiglia.
Insomma, la breve ma indiscutibile serie di motivi elencata mi induce a credere che questa gente abbia da sempre un rapporto con l’acqua talmente confidenziale, e sottomesso, da spingerli alcune volte ad eccedere nell’abusarne, quasi a volersi rifare del danno subito, sprecandone quantità oggi insostenibili. Questi eccessi di confidenza e disinteresse sono riscontrabili quotidianamente ed oltrepassano alla grande le perdite nei servizi igienici di cielo e terra, per cui vado oltre, esaminando le condizioni delle grandi condutture che riforniscono Bombay pescando acqua dai laghi localizzati nel centro del Sanjay Gandhi National Park, l’area più verde del Maharashtra. Ebbene, questa chilometrica rete di malconce tubazioni, molte delle quali predisposte circa un secolo fa, è un vero colabrodo. Non passa settimana senza che in esse si spalanchi una qualche falla di notevoli proporzioni, la cui riparazione lascerà una corposa fetta di cittadinanza a secco per un giorno o due, quando va bene. Se ciò non bastasse, lungo le condutture hanno giustamente pensato di insediarsi buona parte delle baraccopoli che circondano la città, e stiamo parlando di qualche milione di povera gente, che per risolvere la questione idrica, la più urgente nella loro infinita lista di dilemmi, hanno scelto la soluzione meno faticosa: rubare acqua. Nulla di troppo ingegnoso, basta aprire un piccolo foro per averne a secchi. Un forellino che si ripete ogni qualche decina di metri per buona parte del lungo tragitto coperto dal network di condotte. A fronte di tutto questo la BMC, ovvero la Bombay Municipal Corporation, si dichiara impotente. Finchè si richiede di intervenire su tubazioni che corrono nelle campagne la riparazione del danno avviene senza problemi ed in tempi ragionevoli, ma quando si tratta di compiere verifiche in uno slum, dove sono centinaia le capanne che utilizzano il gigantesco tubo come solida parete di sostegno, l’azienda municipale alza bandiera bianca. Il classico ago nel pagliaio.
A Bombay tutte le questioni che interessano il territorio fanno capo alla BMC, ed il primo test che ogni neo-eletto alla gestione della comunità deve superare riguarda immancabilmente il governo delle acque e la soluzione dei numerosi problemi che ogni monsone arrecherà, come prevenirli, come attenuarne i danni. Quest’anno toccherà al Dottor Jairaj Pathak incrociare le dita nell’attesa di una stagione di piogge clemente, cioè l’unica chance di salvare il posto a sedere, come dichiara lui stesso da una intervista in The Times of India, appellandosi altresì alla collaborazione della Slums Rehabilitation Authority. Perchè nonostante i furti d’acqua, un solo morto annegato fra questi disgraziati minerebbe indelebilmente la sua immagine pubblica, e la cittadinanza non glielo perdonerebbe. Lo spirito democratico quaggiù supera quello occidentale, questo va riconosciuto, ed avrò modo di constatarlo anche in seguito.
Quanto descritto fino a qui probabilmente risulterà nuovo a molti tra coloro che hanno visitato l’India prima di me, per via del fatto che, emorragie d’acqua in albergo a parte, non sono faccende che si individuano ad una prima occhiata. Quello che invece non può passare inosservato è lo stato del litorale. Durante una breve esplorazione alle sabbie di Juhu Beach, affollatissima spiaggia di uno dei distretti più ricchi della città, la prima raccomandazione ricevuta dal mio autista pro tempore Robert, è stata: “Se ha intenzione di fare quattro bracciate se lo levi dalla testa, Sir! Quell’acqua non le gioverebbe!” Una speranza che avevo per altro già accantonato dopo aver visitato uno dei quartieri dove vivono e lavorano i pescatori. Va bene, in una metropoli tanto sovraffollata non mi aspettavo di godermi i delfini che fanno le capriole, ma quanto visto fra i decrepiti pescherecci mi risulta difficile da descrivere. Per evitare di dilungarmi in disgustose disamine, aggiungo solamente che lo spazio occupato dall’acqua confrontato a quello occupato dai rifiuti galleggianti è assai marginale. Le piccole chiatte adoperate per raggiungere le imbarcazioni alla fonda sono esse stesse assemblate utilizzando reti imbottite di spazzatura. Credetemi, di mari sudici ne ho visti, ma questo va oltre ogni immaginazione. Una moribonda discarica tenuta in vita dalla risacca. I motivi? Principalmente uno solo: fra questi dodici milioni di abitanti ce n’è una discreta percentuale che usa gettare l’immondizia in mare. Ho avuto modo di vedere coi miei occhi un giovane avvicinarsi al parapetto di Marine Drive per scagliare come nulla fosse la sua sporta di plastica oltre il frangiflutti, per poi tornare soddisfatto sui propri passi, alla presenza di due poliziotti in motocicletta che non l’hanno degnato della minima attenzione. Raccapricciante.
Ora, se a tutto questo pasticcio di inadempienze, ignoranza, rassegnazione ed esagerata tolleranza, andiamo ad aggiungere il global warming, le scelte agricole errate, i dati inerenti un incremento della popolazione quadruplicatosi negli ultimi dieci anni, ed un’espansione edilizia da rabbrividire, le possibilità di rimanere a secco d’acqua nel breve periodo diventano un dato di fatto.

