Ad Hanoi, aspettando la grande tartaruga
Se c’è una cosa irrealizzabile qui ad Hanoi, penso sia convincere un vietanmita a togliere i piedi dall’acqua. È sufficiente osservare la mappa cittadina per rendersi conto di quanto le risorse idriche ricoprano un ruolo predominante nella vita di questo angolo di VietNam. Nel solo centro urbano arrivo a contare 30 bacini di varie dimensioni, fra i quali spiccano il grande Tay Ho Lake e le due principali attrazioni della città: il Bay Mau Lake e lo Hoan Kiem Lake, sulle cui sponde il popolo di Hanoi è solito socializzare e cercare un poco di sollievo dal rovente caldo estivo.
A differenza dell’India, dove seppure tradizionalmente consci del valore di tale elemento nel teorico, lo si rispetta poco nei fatti, qui le acque ci si impegna a mentenerle il più possibile pulite, tramite interventi e con risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Basti osservare le operazioni di manutenzione dei laghi cittadini compiute al tramonto o, ancor più banalmente, il crescere fitto e rigoglioso del riso sopra specchi d’acqua limpida, perché qui il riso è vita, e va da sé che lo si voglia allevare in buona salute. Oltre a ciò, come accade quasi ovunque, anche in questi luoghi è sempre stata una buona norma erigere templi e tempietti negli anfratti più suggestivi e silenziosi, le colline sono distanti e allora dove se non nel quieto riparo offerto da un lago? Ecco che acqua e misticismo tornano ancora una volta ad incrociare i loro destini, stavolta con risultati assai più entusiasmanti, igienici, vicini alle tradizioni di casa nostra. Il rispetto di un luogo di culto non può prescindere dal rispetto dell’area che questo occupa, concetto elementare che l’esperienza indiana mi aveva fatto perdere di vista.
Hanoi, la traduzione del suo nome ce lo ricorda (Ha sta per fiume, Noi significa all’interno), è praticamente una “città dentro il fiume”. La sua edificazione ebbe origine sulle paludi che il Fiume Rosso, educato e generoso come un buon vietnamita, mise a disposizione della popolazione il giorno che decise di farsi da parte, offrendo ai primi insediamenti che ne conseguirono un vero ben di Dio per le coltivazioni e l’approvvigionamento idrico, un regalo in cui questi laboriosi siamesi si tuffarono letteralmente, per non uscirne più.
Oggi, nelle grandi metropoli del VietNam, questo atteggiamento di devota gratitudine sta un poco venendo meno e l’inquinamento di laghi e fiumi, d’origine prevalentemente industriale, ha cominciato ad incrinare l’antico rapporto di fiducia reciproca tra l’uomo ed il prezioso liquido. Nulla di cui scandalizzarsi granchè. Considerando che stiamo parlando di agglomerati urbani con una popolazione che va dai 4 milioni di Hanoi agli 11 di Phnom Penh, illudersi di dissetarsi a sorsate da uno stagno cittadino sarebbe davvero troppo. Tuttavia, basta spostarsi di qualche chilometro per osservare, e l’ho fatto personalmente, come i canali d’irrigazione delle risaie siano ancora in grado di elargire grandi quantità di pesce e ottima acqua, che i contadini non disdegnano di bere attingendola direttamente dal suo pacifico persorso, in uno scenario incantevole. Posso io non innamorarmi d’un posto simile? Dove ancora gli abitanti prediligono un’ora di silenzioso remo a 10 minuti di motore? Al cospetto di un’anziana contadina che mi propone l’acquisto di un succulento melone, rivestita d’un pigiama in seta color tabacco decorato da bottoncini in argento cesellato, mi domando come sia stato pensabile fare a questo popolo una guerra tanto crudele.
Parentesi idilliache a parte, quello che al momento sta generando le maggiori apprensioni ai vertici governativi ed economici del Paese, riflettendosi naturalmente sulla popolazione, è la crescente domanda di energia elettrica dovuta all’esplosione demografica e produttiva in corso, ed in ciò sua maestà l’acqua torna a giocare un ruolo da vera protagonista.
“Questa Nazione è vittima del suo successo!” stigmatizza Richard Spencer, esperto in problemi energetici del World Bank’s Hanoi Office, “ma tutto questo rientra nelle urgenze tipiche dei Paesi con una crescita economica tanto rapida.”
La domanda di fornitura elettrica cresce del 15% ogni anno, e in un territorio che conta 84 milioni di abitanti la presenza di impianti di produzione energetica è ancora insufficiente, secondo la World Bank. A questo già preoccupante quadro si aggiunge, inquietando non poco, il declino idrico del Fiume Rosso, che quest’anno ha toccato il livello più basso negli ultimi cento anni, vuoi per lo scarso supporto dei nevai tibetani, vuoi altresì per la lesta intromissione del Governo cinese, che a fronte di un’altrettanto allarmante penuria di fonti energetiche ha pensato bene di piazzare una bella quantità di dighe sul tratto di Mekong di propria pertinenza, disattendendo le comuni regole del diritto ripario, sulla cui applicazione sistematica bisogna riconoscere che l’India non ha rivali: non è ammissibile far valere un diritto di proprietà sull’acqua, ovunque essa scorra.
Ne deriva che le turbine vietnamite stanno per rimanere all’asciutto. Risultato? Ad Hanoi i blackouts sono diventati una costante quotidiana, infilandosi come il classico bastone nelle ruote alla sua crescita economica. L’acqua, da generatrice di ricchezza a fonte di guai, mentre all’orizzonte torna a distendere la propria ombra l’unica alternativa possibile, il nucleare, anche se la realizzazione delle prima centrale non sarà portata a termine prima del 2015. E nel frattempo? Sono persuaso che il VietNam proseguirà, fiero e paziente, nell’ingegnarsi in attesa di tempi migliori, continuando certamente a contare sull’amichevole generosità dei propri fiumi e attendendo, come racconta la più famosa leggenda locale, che la grande tartaruga discenda ancora una volta nelle profondità dello Hoan Kiem Lake a recuperare la spada sacra, sconfiggendo il malevolo destino.
Adoro questa magnifica gente, ma personalmente preferisco sperare che le nevi ritornino presto a seppellire le vette himalayane, ed i cinesi passino ad una gestione delle risorse più democratica. O finirò anch’io per confidare nella sacra tartaruga?


mannaggia sti cinesi…ma ne faranno una fatta bene?
Stanno suckerando tutto, peggio degli Usa…che le nevi ci salvino!
Se lo trovi, guardati il documentario “manufacturing landscapes” sulla Cina…spaventoso…
Vai Edo, riempici d’idilli!
Commento di andrehaero — 25 Maggio 2007 @ 12:13
…rieccoti finalmente ! Lì calma, quiete, fiumi piatti e barche a remi… quì, tra i clacson, due somari si son azzuffati per un parcheggio !! Aspetta che arrivo va !!
Commento di mauro — 26 Maggio 2007 @ 00:08
Cina imperante, da nord a sud. Fortuna che l’acqua scorre ancora, a gocce ma scorre… silenziosamente in VietNam. Vi abbraccio! La Cambogia e’ un’altro bel campione in fatto di acque in liberta’, ancora per poco.
Commento di Edo — 26 Maggio 2007 @ 17:45
ecco spiegato perchè settimana scorsa ad hanoi mi saltava la corrente in stanza ogni 2 per 3..
certo che associare le parole calma e idilliaco quando sei a passeggiare nell’old quarter è difficile
Commento di claudio — 31 Maggio 2007 @ 06:24
Io l’ho trovato uno dei quartieri piu’ rassicuranti e delicati che abbia mai visto, onestamente, sara’ che con sto popolo ci vado troppo d’accordo, e senza riferimenti politici di sorta. Favoloso aggiungo
Commento di Edo — 31 Maggio 2007 @ 19:56