15 Giugno 2007

Warwick,

> RTW — Edo @ 07:51

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Western Australia - Giugno 2007
Come può preoccuparsi di acqua un popolo che beve tutt’altro?
Nel lunghissimo elenco di bevande che gli australiani usano per dissetarsi, che oltre alle già note etichette assomma veri e propri intrugli di cui non sto nemmeno qui a riportarvi il contenuto, l’acqua intesa come tale, senza coloranti e dolcificanti, rappresenta senza dubbio l’ultima voce. Impossibile sorprendere uno che ne beva a sorsate, in tavola come per strada, credetemi.
A riprova di ciò, vi dico che appena giunto al Comfort Hostel di Belmont, sobborgo a circa 6 chilometri da Perth, ho chiesto alla receptionist se avesse una bottiglia di banale acqua da vendermi, ricevendo fra le mani un litro di ottima minerale, frizzante, e per di più italiana, quella rosso stellata che sgorga dalle valli bergamasche. “Ne ho un paio di scatoloni nel retro, non piace a nessuno, se ne vuoi altra fammi sapere…” senza neppure chiedermi i due dollari che avrei pagato la bibita caramellata che zeppava il dispenser alle mie spalle. Splendido! Il primo regalo che ricevo in questa mio viaggio assetato, mi sono detto, realizzando immediatamente dopo, che la relazione instauratasi ultimamente tra il prezioso solvente universale e questo popolo non deve certo essere delle più amorevoli. Ma mi sbagliavo. Nei fatti, qui di acqua magari se ne beve poca, ma se ne parla e se ne parla davvero tanto. È sufficiente aprire un quotidiano, una pagina vale l’altra, per rendersi conto di quanto tale elemento, oltre a costare ormai come la benzina, ne stia assumendo le medesime proprietà detonanti. A preoccupare non è tanto l’eventualità di potersi ritrovare presto senza nulla da bere, sul fatto che nessuno si disseti con l’acqua non mi sbagliavo, e vagli a far capire che senza la materia prima è impossibile produrre i golosi liquidi ad essa preferiti, quanto di non poterla più utilizzare per lavare l’auto, innaffiare il prato e, soprattutto, irrigare le coltivazioni. Motivo? La pioggia, che a detta di Governo, climatologi e sudditanze varie come organi di stampa e televisione, ha smesso di bagnare il sud australiano e difficilmente tornerà a farlo per un bel pezzo. Global warming? Esatto. Ecco la parolina magica che da una parte pare piacere tanto al Primo Ministro della Western Australia, Alan Carpenter, mentre dall’altra sta facendo infuriare un fronte di attivisti e cittadini sempre più numeroso e compatto, che alla storia delle piogge in rarefazione ci crede poco niente.
Qualche mese fa, curiosando fra gli articoli riguardanti un libro intitolato The Weather Makers, giudicato un best-seller dalla critica d’oltreoceano ma che altro non è se non una sorta di manualetto infarcito di banalità sui mutamenti climatici scritto da un antropologo di Sidney, tale Tim Flannery, mi è balzata all’occhio l’unica riflessione in totale disaccordo in mezzo a tanti elogi. Parole dure secondo le quali, dati alla mano, questa faccenda della rapida desertificazione del meridione australiano è una gigantesca fandonia della quale Flannery è fra i tanti portavoce, firmato Warwick Hughes, un geologo esperto di clima ai ferri corti con le autorità politiche locali ormai da anni. Tramite lui ho conosciuto Peter Coyne, e ieri, con Peter e Warwick, ho percorso circa 800 chilometri per andare a verificare di persona quanto sta accadendo in questo angolo di pianeta: una vera catastrofe ambientale.
Nel wheatbelt australiano, che è un’immensa fascia di continente in cui si concentrano le più estese e ricche coltivazioni di cereali, ortaggi e uva, oltre ad allevamenti di bestiame a perdita d’occhio, vuoi per l’utilizzo spropositato che se ne fa in agricoltura, vuoi per una poco attenta gestione del territorio, l’acqua ha quasi smesso di scorrere come ha sempre fatto, lasciandosi alle spalle, evaporando, delle quantità di sale tali da cuocere i terreni al ritmo di 100 ettari al giorno, ovvero circa 40.000 ettari ogni anno. Un procedere inesorabile che senza adeguate soluzioni lascerà molto presto il Paese a masticare alluminio ed uranio anzichè pane e carne, mettendo sul lastrico intere generazioni di coltivatori e allevatori. Il sale, trasportato dai venti occidentali che carezzano l’oceano Indiano, si deposita da sempre sulle praterie del sudest, ma un uso meno famelico dei sistemi di irrigazione ne aveva sempre consentito lo smaltimento in oceano lungo i corsi naturali di fiumi e avvallamenti. Oggi l’agricoltura produce a velocità sempre maggiori e sempre di più ci si indirizza su coltivazioni, come ad esempio quella della canna da zucchero, che richiedono quantità d’acqua che in certe aree è sempre stato difficile reperire, per cui, è inevitabile che questa sia destinata a finire. Semplice, no? Non penso ci voglia una laurea in agraria per capirlo, e se ancora uno non è convinto di tale teoria, basta che chieda lumi al primo contadino di passaggio e vedrà che le cose stanno esattamente così. Inutile stare col naso all’insù aspettando le piogge, qui servono interventi manageriali razionali, intesi a calmierare un poco le manie di grandezza di taluni, che come sempre accade vanno a scapito di tutti gli altri. Ma questo è un ragionare da vecchi cow-boys, mentre nelle stanze del potere ci sono inevitabilmente più esperti di finanza, faccendieri e corrotti che saggi zappaterra.
Da cui, le soluzioni che il Governo della WA mette sul tavolo sono essenzialmente due: rifornire l’agricoltura con acqua marina dissalata, spendendo enormi patrimoni pubblici e generando altri gas inquinanti, ed aumentare il prezzo dell’acqua per ridurne i consumi, decisione già inserita nella manovra finanziaria dell’anno prossimo. Per combattere il global warming, secondo Carpenter e soci, non vi sono altre armi. Del resto già si sapeva, in Australia di ridurre la produzione di gas serra non se ne parla proprio, significherebbe dare un colpo al pedale del freno in piena curva per un continente alle prese con una ripresa economica pari a quelle di India e Cina.
“Ma se non diamo modo a quest’acqua di muoversi sul territorio com’è necessario che faccia, il sale continuerà ad avanzare!” Mi fa notare Peter mentre ce ne stiamo sconsolati a guardare il lago Dumbleyung che tira le cuoia, causa un contenuto di nitrati che oltrepassa di molto quello dell’oceano. Peter Coyne, project coordinator della Agritech Smartwater, è un ingegnere che da 6 anni fa il diavolo a quattro per far passare il progetto di riqualificazione della diga di Wellington e la messa in opera di una rete di canali che, sfruttando il gradiente naturale del west australiano da est verso ovest, laverebbero via in breve tempo il sale in eccesso e darebbero acqua a sufficienza per irrigare una bella quantità di terreni. Producendo altresì energia da mettere a disposizione della popolazione e acque purificate, grazie all’ormai noto procedimento di osmosi inversa ottenibile in questo caso senza consumare un solo megawatt di corrente elettrica, in quanto l’energia prodotta dall’acqua proveniente dalla diga oltrepasserebbe senza problemi quella necessaria a tale operazione. Le sue petizioni stanno facendo storia a Perth e dintorni, portandogli consensi che si quantificano in 10.000 lettere di sostegno ricevute ogni mese da parte di comuni cittadini ed esperti del settore di mezzo mondo, e dichiarate antipatie dal versante politico-amministrativo.
Si è già fatto buio da alcune ore quando rientriamo dal giro degli orrori e ci ritroviamo tutti e tre, stanchi e pensierosi, negli uffici della Agritech Smartwater di Victoria Park. Ma le note dolenti non sono finite, perché a questo punto è il turno di Warwick, il quale è ben felice di mostrarmi nel dettaglio i grafici riguardanti le medie annuali delle precipitazioni sul continente australiano degli ultimi 100 anni, una collezione frutto d’un decennio di lavoro dalla quale emerge, in modo indiscutibile, che quaggiù ci piove ne più ne meno di quanto ha sempre fatto, e che la grande bugia sulla siccità australiana è qualcosa di più dell’opinione di un attempato geologo che non sa come ammazzare il tempo.
“Ancora due giorni di pioggia ed anche quest’anno abbiamo raggiunto la media del periodo!” esordisce l’amico geologo mentre sul monitor del computer scorrono tabelle una via l’altra, tutte a ribadire con precisione maniacale che ci troviamo in una fase ciclicamente poco propensa a piogge abbondanti, ma destinata a ristabilirsi com’è sempre avvenuto. Gli credo, e trovo ormai assolutamente irreale poterla pensare diversamente, al cospetto di una simile documentazione!
Ma tutto questo al primo ministro Alan Carpenter sembra non interessare granchè, e facilmente il grande impianto di desalinizzazione di Binningup, la cui realizzazione costerà ai contribuenti 2 miliardi di dollari australiani e quasi altrettanti per il suo mantenimento annuale, vedrà presto la luce, mentre la pioggia continua a cadere, il prezzo dell’acqua a salire, ed il sale si divora la Western Australia.
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12 Giugno 2007

Messaggio

> RTW — Edo @ 09:30

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11 Giugno 2007

L

> RTW — Edo @ 01:38

NEWater Centre - Singapore

Appena sbarchi a Singapore e ti metti alla ricerca di un taxi, comprendi subito che fino a quando non abbandonerai l’isola la tua vita verrà fatta accomodare su due binari tirati a lucido dai quali difficilmente potrai scendere senza chiedere educatamente il permesso, sempre che questo ti venga accordato. Ma ciò non avviene per frenare velleità anarchiche o desideri d’incontrollabile libertà, bensì perché su questo spicchio d’equatore reso vivibile da qualche milione di condizionatori, in questa sorta di Svizzera dove mai avrebbero tollerato l’invenzione d’un formaggio pieno di buchi, vige la certezza che solo attraverso una gestione ordinata dell’esistenza e delle necessità di ognuno, si possono esaudire le esigenze di tutti, ed i risultati paiono confermare l’infallibilità di tale teoria. Non è consentito fermare un auto pubblica a proprio piacimento nel bel mezzo della strada, semplicemente perché ciò sarebbe d’intralcio per le altre autovetture, dal disordine possono nascere pericoli inutili, vi stiamo tutelando, sbagliando si sprecano soldi pubblici, ci si mette in coda alle fermate create appositamente e si attende con fiducia. Questa metropoli non chiede altro che fiducia, per restituirla sotto forma di servizi a favore dei propri cittadini. Ma poi perché reclamare un taxi quando hai a disposizione una rete ferroviaria metropolitana invidiata dal mondo intero per pulizia, tempismo ed efficacia? Già, non ci avevo pensato. Soprattutto non avevo pensato che a Singapore posso smettere di pensare.
Qui la soluzione d’ogni problema viene studiata a tavolino con decenni d’anticipo, ed essendo quella dell’approvvigionamento idrico tra le tribolazioni più urgenti, se non addirittura la più drammatica, le soluzioni da trovare per risolverla dovevano essere di un’efficacia tale da sfiorare il miracoloso, e così è stato: un miracolo chiamato NEWater.
Mesi fa, nel corso della ricerca in rete inerente la crisi idrica in Asia, la mia attenzione era stata catturata dall’immagine di una bottiglietta d’acqua le cui origini mi hanno affascinato come solo certe faccende particolarmente disgustose sanno fare. La descrizione del prodotto non adoperava grandi giri di parole: a Singapore si bevono l’acqua proveniente dai gabinetti! Tutte le acque rilasciate negli scarichi cittadini, domestici e non, finiscono negli impianti della PUB, e diventano NEWater. Acque reflue che tornano come nuove e pronte da bere dal proprio rubinetto. La NEWater non è una bibita che si trova nei supermarket, la NEWater è da qualche tempo l’acqua di Singapore, un bene comune a cui tutti devono aver diritto, punto e basta.
E nell’eventualità la cosa non riuscisse a scalfire lo scetticismo di qualcuno, un link rimandava al sito web del NEWater Visitor Centre, all’interno del quale, illustrate alla perfezione, si potevano ricevere tutte le delucidazioni necessarie. Potevo chiedere di meglio? Dovevo assolutamente entrare in possesso di una di quelle bottiglie per assaggiarne il contenuto, ed ovviamente prenotare una visita al Visitor Centre.
Singapore a quel punto è rientrata di diritto fra le mie destinazioni, e soddisfare le curiosità che dicevo è stato meno complicato del previsto. Ciò che invece mai avrei potuto prevedere, stava nel fatto che, così facendo, sarei stato testimone di una operazione industriale e di marketing che oltrepassa ogni immaginazione, altro che acqua riciclata! Grazie alla PUB, qui a Singapore non solo hanno finito di preoccuparsi del reperimento di acqua potabile per i prossimi 50 anni, quaggiù l’acqua sta per diventare protagonista assoluta, in positivo, nella vita della città.
I progetti in merito sono letteralmente faraonici. Si comincia dall’istruzione nelle scuole indirizzata ad una conoscenza dell’elemento acqua in ogni suo aspetto, ovvero il suo valore, il suo corretto utilizzo, in maniera da avere generazioni di adulti rispettosi e consapevoli in futuro, e si finisce mettendo a disposizione della cittadinanza interi litorali dove sarà possibile, tra pochi, mesi godere del cosiddetto oro blu in ognuno dei suoi più gradevoli aspetti: pic-nic con la famiglia sulle rive di laghi e fiumi, spiagge attrezzate dove prendere la tintarella, pescare, svolgere attività nautiche più disparate come la vela, la canoa, lo sci nautico, e tutto questo in acque limpide e pulite, praticamente ai piedi dei grattacieli, miscelando alta ingegneria e sopraffine architetture con una sapienza a dir poco sconvolgente.
Come mi spiega il Dr. Yap Kheng Guan, Direttore del 3P Network Department, qui hanno messo in pratica la regola delle tre P: pubblico, privato, popolazione. Che non significa come sta avvenendo altrove, mettere le mani su un prodotto tanto indispensabile per poi farne pagare il prezzo a coloro che ne avranno necessità, bensì unire le forze per arrivare ad un prodotto che dovrà costare giustamente il meno possibile, perchè l’acqua è un beneficio naturale, e forse solo chi ne ha affrontato la perdurante scarsità come gli abitanti di questa isoletta è in grado realmente di capirlo. “Noi oggi abbiamo qualcosa da insegnare…” sottolinea il Dr. Yap, “perché continuiamo a voler imparare.”
Il primo sentimento che ho provato lasciando questo vero e proprio Tempio della purificazione, dopo due giornate trascorse a fare domande e registrare immagini, devo ammettere che è stato di invidia allo stato puro, associata al dispiacere di non potervi trascorrere qualche giornata in più per vedere la conclusione di simili progetti, davvero unici al mondo. Ma dopo tante settimane spese ad accumulare pessime aspettative, quantomeno me ne vado da Singapore con la certezza che ancora vi siano valide soluzioni da mettere in tavola, una tavola dove una volta tanto i bicchieri mi appaiono mezzi pieni.
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8 Giugno 2007

Messaggio

> RTW — Edo @ 21:43

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7 Giugno 2007

Nut Sam Ath: a cambodian taxi driver

> RTW — Edo @ 23:36

Re Sihamoni sul Cambodia Weekly Re Sihamoni sul Phnom Penh Post

Mr. Nut Sam Ath, Tuk Tuk and Car Driver, licenza N.1924. Trascorrendo un intero pomeriggio in sua compagnia al Villaggio Culturale di Siem Reap, dal quale non sarebbe più uscito da tanto si è divertito, ho imparato di più sulla Cambogia che non sfogliando quotidiani per una settimana. È stato sufficiente chiedergli un’opinione sul monarca Sihamoni, per scoprire che Sam Ath aveva una gran voglia di parlare di questo Paese e dei suoi infiniti problemi. La mia domanda è stata dettata dal fatto che si festeggiava in quei giorni il 56esimo compleanno dell’erede di papà Sihanouk, e la sua faccetta sorrideva in ogni angolo della cittadina, per non parlare della costante apparizione sulla prima pagina dei giornali locali, accompagnata da sperticati elogi e citazioni, come quella apparsa sul Cambodia Weekly da cui estraggo il seguente delirio: “la Cambogia senza un Re è paragonabile a una nave da guerra - chissà che c’entra la guerra… - senza il comandante! Un sentimento chiaramente espresso dall’articolo 4 della Costituzione che enuncia il nostro motto: Nazione, Religione, Re! Con il quale io concordo di tutto cuore!” Conclude il giornalista Hang Sun Keng. La pagina dopo raccontava d’espropri di interi territori con tanto di fucile puntato, sottrazioni forzate che lasceranno nell’indigenza più cupa intere famiglie di contadini.
Accidenti dico io! Ma la penseranno realmente tutti così? Di certo non la pensa così l’umile lavoratore Sam Ath.
“Non mi piacciono questi politici, non li odio, io sono buddista e non odio nessuno, ma questi qua non mi piacciono per niente. Sono corrotti fino al midollo! Il Re non ha poteri governativi e se ne guarda bene dall’intromettersi…”
Sam faceva il poliziotto a Phnom Pehn, l’ha fatto per quattro anni, a 60 dollari al mese, una paga che costringeva lui ed i suoi colleghi, come avviene tutt’ora, ad arrotondare rifacendosi sui cittadini inventandosi infrazioni per intascarsi le multe conseguenti. “I salari troppo bassi stanno all’origine di tutti i nostri guai. Voglio vivere inestamente - prosegue Sam - e questo modo di intendere il proprio dovere non fa per me. Allora sono tornato nella città dove sono nato, Battambang, ho sostenuto gli esami di abilitazione e sono andato a fare l’insegnante, a 30 chilometri da casa, pagato poco quanto prima. Ogni mattina mi alzavo alle 4 e mezza e partivo con la mia bicicletta. Così per tre anni, di ruolo alle scuole primarie. Fino a che un’auto mi ha speronato mandandomi come un sacco nel fosso, e all’ospedale per tre mesi, con la testa rotta e senza quasi più un dente in bocca. Quelli che vedi me li hanno reimpiantati a Phnom Penh. Non avessi avuto il sostegno dei miei familiari sarei uscito completamente rovinato da questa storia. Solo per la diaria ospedaliera ci vogliono 100 dollari al mese…” Ci sediamo ad un tavolino del Villaggio a prendere una bibita ed una tregua da un sole che incendia i capelli, ma prego Sam di proseguire col racconto. “Chi stava al volante se l’è data a gambe, e la polizia venuta a soccorrermi sapevo bene che sarebbe stata in grado di acciuffarlo solo se avessi pagato, ovviamente. A quel punto ho chiuso anche con il mio ruolo d’insegnante. Troppo deprimente. Vi vedevo accadere le stesse cose che avevo visto a fare il poliziotto. Sempre per il medesimo motivo: stipendi da fame. Cosa che sfianca gli insegnanti e rovina gli studenti! La lavagna non è nemmeno presa in considerazione. Una volta alla settimana si consegnano agli alunni un bel numero di fotocopie, a pagamento, per cui se non hai i soldi non sai cosa studiare, e tanti saluti! Un metodo perfetto per non fargli imparare nulla e lasciare questo Paese nella sua ignoranza. Guarda, lavorerò il doppio ma mia figlia - una bimba stupenda della quale mi mostra una foto - la voglio iscrivere a una scuola privata…”
Oggi a fare il driver di Tuk Tuk, Sam Ath nella stagione alta guadagna 500 dollari al mese, sua moglie da alcune settimane ha trovato impiego in un orfanotrofio di Siem Reap e porta a casa 80 dollari, quanto basta perché la loro figliola possa studiare e magari trovare un lavoro dignitoso presso uno dei tanto 5 stelle della città, meglio che niente, alla faccia di corruttori e corrotti.
Questa Cambogia one dollar sta tirando fuori gli artigli per sopravvivere, mi chiedo quanto potrà durare. Prima di lasciarci gli prometto che tornerò a cercarlo uno dei prossimi anni.
“Sarei felice tu tornassi a trovarmi un giorno o l’altro!” Mi dice Sam con un sorriso. “Magari sarò riuscito a comprarmi un taxi e allora prometto che ti porto fino a Phnom Penh, mi paghi solo la benzina!”
L’indirizzo è: n_samath@yahoo.com, se trovate un minuto scrivetegli due righe, dite che avete avuto il suo indirizzo da Edo, l’italiano con la videocamera, sono certo gli farete un grande regalo e gli darete un poco di coraggio in più per tenere duro, ne avrà bisogno.
Quel pomeriggio i problemi dell’acqua sono passati in secondo piano.
nutsamath

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4 Giugno 2007

Messaggio

> RTW — Edo @ 18:02

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