Warwick, Peter, e la guerra del sale
Western Australia - Giugno 2007
Come può preoccuparsi di acqua un popolo che beve tutt’altro?
Nel lunghissimo elenco di bevande che gli australiani usano per dissetarsi, che oltre alle già note etichette assomma veri e propri intrugli di cui non sto nemmeno qui a riportarvi il contenuto, l’acqua intesa come tale, senza coloranti e dolcificanti, rappresenta senza dubbio l’ultima voce. Impossibile sorprendere uno che ne beva a sorsate, in tavola come per strada, credetemi.
A riprova di ciò, vi dico che appena giunto al Comfort Hostel di Belmont, sobborgo a circa 6 chilometri da Perth, ho chiesto alla receptionist se avesse una bottiglia di banale acqua da vendermi, ricevendo fra le mani un litro di ottima minerale, frizzante, e per di più italiana, quella rosso stellata che sgorga dalle valli bergamasche. “Ne ho un paio di scatoloni nel retro, non piace a nessuno, se ne vuoi altra fammi sapere…” senza neppure chiedermi i due dollari che avrei pagato la bibita caramellata che zeppava il dispenser alle mie spalle. Splendido! Il primo regalo che ricevo in questa mio viaggio assetato, mi sono detto, realizzando immediatamente dopo, che la relazione instauratasi ultimamente tra il prezioso solvente universale e questo popolo non deve certo essere delle più amorevoli. Ma mi sbagliavo. Nei fatti, qui di acqua magari se ne beve poca, ma se ne parla e se ne parla davvero tanto. È sufficiente aprire un quotidiano, una pagina vale l’altra, per rendersi conto di quanto tale elemento, oltre a costare ormai come la benzina, ne stia assumendo le medesime proprietà detonanti. A preoccupare non è tanto l’eventualità di potersi ritrovare presto senza nulla da bere, sul fatto che nessuno si disseti con l’acqua non mi sbagliavo, e vagli a far capire che senza la materia prima è impossibile produrre i golosi liquidi ad essa preferiti, quanto di non poterla più utilizzare per lavare l’auto, innaffiare il prato e, soprattutto, irrigare le coltivazioni. Motivo? La pioggia, che a detta di Governo, climatologi e sudditanze varie come organi di stampa e televisione, ha smesso di bagnare il sud australiano e difficilmente tornerà a farlo per un bel pezzo. Global warming? Esatto. Ecco la parolina magica che da una parte pare piacere tanto al Primo Ministro della Western Australia, Alan Carpenter, mentre dall’altra sta facendo infuriare un fronte di attivisti e cittadini sempre più numeroso e compatto, che alla storia delle piogge in rarefazione ci crede poco niente.
Qualche mese fa, curiosando fra gli articoli riguardanti un libro intitolato The Weather Makers, giudicato un best-seller dalla critica d’oltreoceano ma che altro non è se non una sorta di manualetto infarcito di banalità sui mutamenti climatici scritto da un antropologo di Sidney, tale Tim Flannery, mi è balzata all’occhio l’unica riflessione in totale disaccordo in mezzo a tanti elogi. Parole dure secondo le quali, dati alla mano, questa faccenda della rapida desertificazione del meridione australiano è una gigantesca fandonia della quale Flannery è fra i tanti portavoce, firmato Warwick Hughes, un geologo esperto di clima ai ferri corti con le autorità politiche locali ormai da anni. Tramite lui ho conosciuto Peter Coyne, e ieri, con Peter e Warwick, ho percorso circa 800 chilometri per andare a verificare di persona quanto sta accadendo in questo angolo di pianeta: una vera catastrofe ambientale.
Nel wheatbelt australiano, che è un’immensa fascia di continente in cui si concentrano le più estese e ricche coltivazioni di cereali, ortaggi e uva, oltre ad allevamenti di bestiame a perdita d’occhio, vuoi per l’utilizzo spropositato che se ne fa in agricoltura, vuoi per una poco attenta gestione del territorio, l’acqua ha quasi smesso di scorrere come ha sempre fatto, lasciandosi alle spalle, evaporando, delle quantità di sale tali da cuocere i terreni al ritmo di 100 ettari al giorno, ovvero circa 40.000 ettari ogni anno. Un procedere inesorabile che senza adeguate soluzioni lascerà molto presto il Paese a masticare alluminio ed uranio anzichè pane e carne, mettendo sul lastrico intere generazioni di coltivatori e allevatori. Il sale, trasportato dai venti occidentali che carezzano l’oceano Indiano, si deposita da sempre sulle praterie del sudest, ma un uso meno famelico dei sistemi di irrigazione ne aveva sempre consentito lo smaltimento in oceano lungo i corsi naturali di fiumi e avvallamenti. Oggi l’agricoltura produce a velocità sempre maggiori e sempre di più ci si indirizza su coltivazioni, come ad esempio quella della canna da zucchero, che richiedono quantità d’acqua che in certe aree è sempre stato difficile reperire, per cui, è inevitabile che questa sia destinata a finire. Semplice, no? Non penso ci voglia una laurea in agraria per capirlo, e se ancora uno non è convinto di tale teoria, basta che chieda lumi al primo contadino di passaggio e vedrà che le cose stanno esattamente così. Inutile stare col naso all’insù aspettando le piogge, qui servono interventi manageriali razionali, intesi a calmierare un poco le manie di grandezza di taluni, che come sempre accade vanno a scapito di tutti gli altri. Ma questo è un ragionare da vecchi cow-boys, mentre nelle stanze del potere ci sono inevitabilmente più esperti di finanza, faccendieri e corrotti che saggi zappaterra.
Da cui, le soluzioni che il Governo della WA mette sul tavolo sono essenzialmente due: rifornire l’agricoltura con acqua marina dissalata, spendendo enormi patrimoni pubblici e generando altri gas inquinanti, ed aumentare il prezzo dell’acqua per ridurne i consumi, decisione già inserita nella manovra finanziaria dell’anno prossimo. Per combattere il global warming, secondo Carpenter e soci, non vi sono altre armi. Del resto già si sapeva, in Australia di ridurre la produzione di gas serra non se ne parla proprio, significherebbe dare un colpo al pedale del freno in piena curva per un continente alle prese con una ripresa economica pari a quelle di India e Cina.
“Ma se non diamo modo a quest’acqua di muoversi sul territorio com’è necessario che faccia, il sale continuerà ad avanzare!” Mi fa notare Peter mentre ce ne stiamo sconsolati a guardare il lago Dumbleyung che tira le cuoia, causa un contenuto di nitrati che oltrepassa di molto quello dell’oceano. Peter Coyne, project coordinator della Agritech Smartwater, è un ingegnere che da 6 anni fa il diavolo a quattro per far passare il progetto di riqualificazione della diga di Wellington e la messa in opera di una rete di canali che, sfruttando il gradiente naturale del west australiano da est verso ovest, laverebbero via in breve tempo il sale in eccesso e darebbero acqua a sufficienza per irrigare una bella quantità di terreni. Producendo altresì energia da mettere a disposizione della popolazione e acque purificate, grazie all’ormai noto procedimento di osmosi inversa ottenibile in questo caso senza consumare un solo megawatt di corrente elettrica, in quanto l’energia prodotta dall’acqua proveniente dalla diga oltrepasserebbe senza problemi quella necessaria a tale operazione. Le sue petizioni stanno facendo storia a Perth e dintorni, portandogli consensi che si quantificano in 10.000 lettere di sostegno ricevute ogni mese da parte di comuni cittadini ed esperti del settore di mezzo mondo, e dichiarate antipatie dal versante politico-amministrativo.
Si è già fatto buio da alcune ore quando rientriamo dal giro degli orrori e ci ritroviamo tutti e tre, stanchi e pensierosi, negli uffici della Agritech Smartwater di Victoria Park. Ma le note dolenti non sono finite, perché a questo punto è il turno di Warwick, il quale è ben felice di mostrarmi nel dettaglio i grafici riguardanti le medie annuali delle precipitazioni sul continente australiano degli ultimi 100 anni, una collezione frutto d’un decennio di lavoro dalla quale emerge, in modo indiscutibile, che quaggiù ci piove ne più ne meno di quanto ha sempre fatto, e che la grande bugia sulla siccità australiana è qualcosa di più dell’opinione di un attempato geologo che non sa come ammazzare il tempo.
“Ancora due giorni di pioggia ed anche quest’anno abbiamo raggiunto la media del periodo!” esordisce l’amico geologo mentre sul monitor del computer scorrono tabelle una via l’altra, tutte a ribadire con precisione maniacale che ci troviamo in una fase ciclicamente poco propensa a piogge abbondanti, ma destinata a ristabilirsi com’è sempre avvenuto. Gli credo, e trovo ormai assolutamente irreale poterla pensare diversamente, al cospetto di una simile documentazione!
Ma tutto questo al primo ministro Alan Carpenter sembra non interessare granchè, e facilmente il grande impianto di desalinizzazione di Binningup, la cui realizzazione costerà ai contribuenti 2 miliardi di dollari australiani e quasi altrettanti per il suo mantenimento annuale, vedrà presto la luce, mentre la pioggia continua a cadere, il prezzo dell’acqua a salire, ed il sale si divora la Western Australia.



