10 Aprile 2008

> RTW — Edo @ 10:13

468-60-gb-3

Se intendi agire in maniera concreta:

Free Tibet

–>

16 Febbraio 2008

Clip

> RTW — Edo @ 14:48
Ago & 16Barre - “Armonia Universale”
Hip Hop Italiano - sabato 16 febbraio 2008

–>

19 Dicembre 2007

Buone

> RTW — Edo @ 19:31

–>

12 Dicembre 2007

EVVIVA

> RTW — Edo @ 10:43

evian-1evian-2

Milano 12/12/2007 - Mentre a Bali un briciolo di mondo si confronta alla Conferenza Mondiale sul Clima, la Milano proiettata verso l’Expo mette in vetrina una sensibilità verso le questioni ambientali da bassifondi, calando le braghe, oltretutto, a pusher d’acqua potabile stranieri che in Italia, primo consumatore mondiale di “oro blu” in bottiglia, trovano terreno fertile come in nessun altro luogo.
Avete visto bene: 15 euro in cambio di un litro di Evian. Ma vuoi mettere il piacere di portarsi a casa il contenitore a forma d’alberello? Se poi desiderate la bottiglia con ghirigori natalizi stampati, in quel caso il prezzo sale a 20 euro.

- Oltre un miliardo di persone sulla Terra non ha accesso all’acqua potabile.
- Circa il 55% della popolazione del Terzo mondo è devastata da malattie contratte a causa di risorse idriche contaminate.
- Sei milioni di bambini muoiono ogni anno in seguito ad infezioni provocate da acqua inquinata.
Raccapricciante! E noi? Zeppiamo gli scaffali natalizi con bottiglie dieci volte più care d’un litro di benzina. Geniale.
Ma c’è dell’altro. Entro in un baretto del centralissimo Corso Venezia, e vi scovo un’intera esposizione di bottigliette d’acqua di esotica provenienza, la più scioccante delle quali proviene dalle isole Fiji. La Fiji Artesian Water! Ma come?! Mentre in quelle isolette del Pacifico meridionale i governi studiano come far pagare alla popolazione le tasse sulla fornitura d’acqua potabile, viene concesso ad una azienda stellestriscie - ebbene sì, sono statunitensi - il pescaggio artesiano per rivenderla in Europa? Alla bellezza di 8 euro al litro e 4 euro e cinquanta la confezione da mezzo? Buon natale cazzo!!
Questo è quanto riportato sull’etichetta:
“Alle Fiji, la pioggia viene filtrata naturalmente dalle rocce vulcaniche da centinaia di anni - ma dai? - addizionandola di minerali di vitale importanza che conferiscono alla Fiji Water il suo gusto unico e rinfrescante. Quest’acqua è conservata all’interno di una primitiva falda freatica profonda, in grado di proteggerla da agenti esterni. Così dev’essere l’acqua come la intende la natura: vergine.”

Pensate un po’. Il sottosuolo l’ha conservata per secoli proteggendola da contaminazioni, ed ora sono arrivati questi illuminati globalizzatori che se la succhiano a vantaggio dell’aristocrazia occidentale, promuovendone l’utilizzo con apparizioni in famosi serial TV come Desperate Housewives e Friends.
Maggiori dettagli su www.fijiwater.com, ma se lo evitate è meglio.

Per capirci un poco di più vi riporto di seguito la riflessione di Alessandro Taballione, dal titolo: il lato oscuro della globalizzazione.
“Questo tipo di sviluppo è sostenuto dagli organismi economici mondiali. In alcuni casi il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Mondiale hanno subordinato la concessione di prestiti a paesi poveri in cambio della gestione dei servizi idrici a società private estere… Che sarebbe a dire: “noi vi diamo i soldi, ed in cambio ci prendiamo solamente la gestione, esclusiva, della risorsa più importante per vivere”. Qualcuno lo chiamerebbe ricatto. Ma è solo il lato più sporco della globalizzazione. Anzi, per la precisione, di questa globalizzazione.”

Che altro aggiungere? Una sorgente d’affari. Fin dove possibile, torniamo a bere quella del rubinetto, per carità. Riprendiamoci la vergogna! Almeno quella…

fiji-2fiji-1

–>

25 Settembre 2007

USA:

> RTW — Edo @ 10:02

–>

26 Luglio 2007

Buone

> RTW — Edo @ 12:00

SpeakAgeLine generated content

–>

17 Luglio 2007

AUCKLAND:

> RTW — Edo @ 15:22

SushiGuardierosse

Gente strana i neozelandesi. Degna di essere elogiata la loro capacità di tenere il livello d’attenzione sempre alto circa le questioni eco-ambientali, riprovevole la loro abilità nell’alzare dita dietro cui nascondersi, al punto da farmi credere che la filiforme Sky Tower di Auckland, di tale atteggiamento ne rappresenti la degna icona.
Ma andiamo per ordine. Ho messo piede ad Auckland con la convinzione di visitare la capitale della vela, ed eccomi invece a passeggio nella più smisurata macelleria di pesce dell’emisfero sud. Non sono mai stato a Tokio, ciononostante dubito la sua offerta di sushi superi quella che ho avuto modo di osservare quaggiù, tenendo in considerazione di trovarmi in un agglomerato urbano di così pochi chilometri quadrati. Già a Singapore e in Australia avevo constatato come la malaugurata moda di masticare le tenere carni di pesci di ogni razza e provenienza, fosse entrata nelle abitudini alimentari di troppi, ma sulla Kings Road le rivendite di cilindri in riso farcito sono così tante da darmi il capogiro. Ma come, in tutto il mondo cresce l’allarme per la certa estinzione di talune specie, ed in quella che pensavo essere la patria per eccellenza di una sana coscienza ambientalista, mi ritrovo assediato da tonnellate di tonno rosso ridotto a cubetti!? Spendendo pochissimi dollari, ti viene dato modo di scegliere se contribuire all’azzeramento della fauna marina direttamente dal tavolino di uno delle decine di ristoranti a disposizione, o se farlo più comodamente dal salotto di casa, portandoti via il tuo scatolino in plastica trasparente ripieno del colorato ben di Dio, acquistato dal chiosco accanto al negozio di collanine maori. Sarei curioso di sapere come la pensano coloro che un tempo tali collanine le indossavano, ma oggi i maori vestono elemetto di plastica gialla e tuta blu, e non credo abbiano granchè modo di esprimere opinioni, in merito al massacro dei pesci quanto su tutto il resto. Qui a fare le regole del mercato adesso sono i portatori sani di occhi a mandorla, e se è loro interesse spacciare carne cruda, potete ballare la spaventosa aka fino allo sfinimento, ma scordatevi di fargli prendere un’altra strada. Agnelli arrosto, sloop a vela e cottages di gusto coloniale, saranno molto presto sostituiti da noodles, sampam e pagode, perchè Auckland è ormai da considerarsi tra i principali avamposti dell’invasione orientale al pianeta, che vi piaccia o meno. Busti di Mao Zedong e statuette di guardie rosse in ceramica fanno bella mostra in numerose vetrine della città - per quel poco che ne so, esporre la riproduzione di una guardia rossa su una mensola di casa equivarebbe ad appendere il pupazzetto di una SS allo specchietto dell’auto, ma è probabile che la storia politica del nostro pianeta non rientri fra le letture preferite di questo popolo - e se proprio siete esausti di azzannare hamburgers vedete di imparare a destreggiarvi coi bastoncini di legno fra le dita, altrimenti saltate il pasto. Money first! E se yen e yuan fanno più gola di Yin e Yang, prepariamoci a calare le braghe ed a farci trovare con un grasso salmone infilato in quel posto, pronto per la sfilettatura sashimi style.
A riprova di questa voglia d’oriente, mi salta all’occhio una notizia che considero la vera ciliegina posizionata sopra una nuvola di panna. Il Dalai Lama è in visita diplomatica in Oceania ed il Primo Ministro kiwi, Helen Clark, cosa fa? Onde evitare scontenti da parte del Governo cinese, annuncia pubblicamente di non avere intenzione d’incontrarlo. La “chinese cake” è pronta! Qualcuno ne vuole una fetta? Troppo indigesta? Ecco allora la soluzione da luminare della diplomazia di Mrs. Clark. Si fa casualmente trovare sul medesimo aereo del pacifico Lama, ritagliandosi come in un origami la possibilità di scambiarci quattro parole, che casualmente non abbiano nulla a che vedere con argomenti politici ed altrettanto casualmente non scontentino nessuno da Taiwan a salire. Prendere un aereo non è come scegliere su quale carrozza del treno accomodarsi, tutta colpa del caso. I cinesi fanno finta di niente, il Dalai Lama fa spallucce, i neozelandesi pure. Possibile sia solo io ad avvertire una morsa nello stomaco? Ho bisogno d’un sorso d’acqua.
E la mia acqua appunto? Di quella ce n’è in esubero! Uno scandalo d’acqua, che genera scandali. Al punto che per tenerla sotto controllo si prospetta per la popolazione locale la possibilità di vederne aumentare il prezzo del 10% annuo per i prossimi 10 anni. Decisione presa e solo da smussare agli angoli. Difatti il problema sta ora nel come comunicarlo alla cittadinanza senza finire appesi al pennone più alto del porto. Qualche testa di legno governativa ha già dovuto abbandonare la poltrona, ma in una maniera o nell’altra i soldi per sponsorizzare rimedi contro le frequenti alluvioni andranno trovati, e le tasche dei contribuenti rimangono la migliore risorsa. D’altra parte, 1200 millimetri di pioggia che si rovesciano su una metropoli edificata sulla cima e ai piedi di una ripida collina, di inconvenienti ne creano a volontà. E allora tale Brian Rudman, celebre editorialista del New Zealand Herald lancia una proposta geniale, di quelle che solo un neozelandese dell’ultima generazione poteva produrre: troppa pioggia? Tassiamola! Anzichè stabilire una quota di denaro fissa da versare sui conti dello Stato, creiamo una tassazione elastica! Se piove molto pagheremo di più, se piove poco non paghiamo nulla. Ad Auckland? Commovente. Come se io mi bendassi e chiedessi al mio interlocutore di posizionarsi di fronte a me gambe larghe, pronto a ricevere un poderoso calcio nei testicoli. Se lo metto a segno mi sgancia 50 dollari, se lo manco siamo pari e può girare i tacchi senza pagare un centesimo. Cosa ne dite? Io in tutta risposta ho inviato una e-mail al NZ Herald proponendo l’arresto immediato del Sig. Rudman. Per la tassazione dell’ossigeno la va a poche ore… Vivete nella città delle vele? Allora trasferitevi orgogliosamente in barca e lasciate il territorio ai suoi antichi possessori, sono convinto che i maori, sotto l’elmetto giallo, abbiano in serbo soluzioni migliori, da sempre.
NZ Herald

–>

AUCKLAND:

> RTW — Edo @ 15:10

SushiGuardierosse

Gente strana i neozelandesi. Degna di essere elogiata la loro capacità di tenere il livello d’attenzione sempre alto circa le questioni eco-ambientali, riprovevole la loro abilità nell’alzare dita dietro cui nascondersi, al punto da farmi credere che la filiforme Sky Tower di Auckland, di tale atteggiamento ne rappresenti la degna icona.
Ma andiamo per ordine. Ho messo piede ad Auckland con la convinzione di visitare la capitale della vela, ed eccomi invece a passeggio nella più smisurata macelleria di pesce dell’emisfero sud. Non sono mai stato a Tokio, ciononostante dubito la sua offerta di sushi superi quella che ho avuto modo di osservare quaggiù, tenendo in considerazione di trovarmi in un agglomerato urbano di così pochi chilometri quadrati. Già a Singapore e in Australia avevo constatato come la malaugurata moda di masticare le tenere carni di pesci di ogni razza e provenienza, fosse entrata nelle abitudini alimentari di troppi, ma sulla Kings Road le rivendite di cilindri in riso farcito sono così tante da darmi il capogiro. Ma come, in tutto il mondo cresce l’allarme per la certa estinzione di talune specie, ed in quella che pensavo fosse la patria per eccellenza di una sana coscienza ambientalista, mi ritrovo assediato da tonnellate di tonno rosso ridotto a cubetti!? Spendendo pochissimi dollari, ti viene dato modo di scegliere se contribuire all’azzeramento della fauna marina direttamente dal tavolino di uno delle decine di ristoranti a disposizione, o se farlo più comodamente dal salotto di casa, portandoti a casa il tuo scatolino in plastica trasparente ripieno del colorato ben di Dio, acquistato dal chiosco accanto al negozio di collanine maori. Sarei curioso di sapere come la pensano coloro che un tempo tali collanine le indossavano, ma oggi i maori vestono elemetto di plastica gialla e tuta blu, e non credo abbiano granchè modo di esprimere opinioni, in merito al massacro dei pesci quanto su tutto il resto. Qui a fare le regole del mercato adesso sono i portatori sani di occhi a mandorla, e se è loro interesse spacciare carne cruda, potete ballare la spaventosa aka fino allo sfinimento, ma scordatevi di fargli prendere un’altra strada. Agnelli arrosto, sloop a vela e cottages di gusto coloniale, saranno molto presto sostituiti da noodles, sampam e pagode, perchè Auckland è ormai da considerarsi tra i principali avamposti dell’invasione orientale al pianeta, che vi piaccia o meno. Busti di Mao Zedong e statuette di guardie rosse in ceramica fanno bella mostra in numerose vetrine della città - per quel poco che ne so, esporre la riproduzione di una guardia rossa su una mensola di casa equivarebbe ad appendere il pupazzetto di una SS allo specchietto dell’auto, ma è probabile che la storia politica del nostro pianeta non rientri fra le letture preferite di questo popolo - e se proprio siete esausti di azzannare hamburgers vedete di imparare a destreggiarvi coi bastoncini di legno fra le dita, altrimenti saltate il pasto. Money first! E se yen e yuan fanno più gola di Yin e Yang, prepariamoci a calare le braghe ed a farci trovare con un grasso salmone infilato in quel posto, pronto per la sfilettatura sashimi style.
A riprova di questa voglia d’oriente, mi salta all’occhio una notizia che considero la vera ciliegina posizionata sopra una nuvola di panna. Il Dalai Lama è in visita diplomatica in Oceania ed il Primo Ministro kiwi, Helen Clark, cosa fa? Onde evitare scontenti da parte del Governo cinese, annuncia pubblicamente di non avere intenzione d’incontrarlo. La “chinese cake” è pronta! Qualcuno ne vuole una fetta? Troppo indigesta? Ecco allora la soluzione da luminare della diplomazia di Mrs. Clark. Si fa casualmente trovare sul medesimo aereo del pacifico Lama, ritagliandosi come in un origami la possibilità di scambiarci quattro parole, che casualmente non abbiano nulla a che vedere con argomenti politici ed altrettanto casualmente non scontentino nessuno da Taiwan a salire. Prendere un aereo non è come scegliere su quale carrozza del treno accomodarsi, tutta colpa del caso. I cinesi fanno finta di niente, il Dalai Lama fa spallucce, i neozelandesi pure. Possibile sia solo io ad avvertire una morsa nello stomaco? Ho bisogno d’un sorso d’acqua.
E la mia acqua appunto? Di quella ce n’è in esubero! Uno scandalo d’acqua, che genera scandali. Al punto che per tenerla sotto controllo si prospetta per la popolazione locale la possibilità di vederne aumentare il prezzo del 10% annuo per i prossimi 10 anni. Decisione presa e solo da smussare agli angoli. Difatti il problema sta ora nel come comunicarlo alla cittadinanza senza finire appesi al pennone più alto del porto. Qualche testa di legno governativa ha già dovuto abbandonare la poltrona, ma in una maniera o nell’altra i soldi per sponsorizzare rimedi contro le frequenti alluvioni andranno trovati, e le tasche dei contribuenti rimangono la migliore risorsa. D’altra parte, 1200 millimetri di pioggia che si rovesciano su una metropoli edificata sulla cima e ai piedi di una ripida collina, di inconvenienti ne creano a volontà. E allora tale Brian Rudman, celebre editorialista del New Zealand Herald lancia una proposta geniale, di quelle che solo un neozelandese dell’ultima generazione poteva produrre: troppa pioggia? Tassiamola! Anzichè stabilire una quota di denaro fissa da versare sui conti dello Stato, creiamo una tassazione elastica! Se piove molto pagheremo di più, se piove poco non paghiamo nulla. Ad Auckland? Geniale. Come se io mi bendassi e chiedessi al mio interlocutore di posizionarsi di fronte a me gambe larghe, pronto a ricevere un poderoso calcio nei testicoli. Se lo metto a segno mi sgancia 50 dollari, se lo manco siamo pari e può girare i tacchi senza pagare un centesimo. Cosa ne dite? Io in tutta risposta ho inviato una e-mail al NZ Herald proponendo l’arresto immediato del Sig. Rudman. Per la tassazione dell’ossigeno la va a poche ore… Vivete nella città delle vele? Trasferitevi in barca. Sono convinto che i maori, sotto l’elmetto giallo, abbiano in serbo soluzioni migliori, da sempre.
NZ Herald

–>

9 Luglio 2007

08/07/2007

> RTW — Edo @ 02:12

–>

5 Luglio 2007

Riflessioni

> RTW — Edo @ 03:05

NEW ZEALANDNEW ZEALAND

New Zealand – South Island

La natura in Nuova Zelanda è paragonabile a una splendida diva dei nostri tempi, che mai e poi mai si abbandonerà alle attenzioni del primo che passa senza averne prima verificato la consistenza del conto corrente. Nel caso quest’ultimo non dovesse essere all’altezza, potrete goderne il profumo, scambiarci due parole, osservarla ammutoliti mentre vi sfila accanto, ma di una notte in sua compagnia non se ne parla proprio.
Lei, la radiosa ed ipertrofica natura neozelandese, è ormai stata scritturata da un potente e scaltro impresario, ma che dico uno, decine di questi, che oggi ve la offrono come meglio la gradite ma solo in cambio di sonori compensi, e fatta a pezzi.
Hai intenzione di trascorrere una notte ascoltando il canto di una cascata nel Milford Sound? Bene, fanno 500 dollari. Ti attrae l’idea di volare dalla pianura fino alle vette innevate nella cesta di un pallone aerostatico? Siamo qui per servirla! Bastano 250 dollari neozelandesi più la spesa per raggiungere la pista di decollo. Paragliding, snowboarding, bungee-jumping, kayaking, canyoning, free-climbing? Pagare, pagare, pagare! Commercio allo stato puro. Ben gestito ed ottimamente pubblicizzato, non c’è che dire, ma tutto organizzato allo scopo di ricavare contante, la qual cosa, pur comprendendone le motivazioni mi fa un briciolo di tristezza. Se non hai molti soldi al seguito, al cospetto di una simile debordante offerta potrai metterti il fedele zaino in spalla, piantare una tenda di qua, imbastire un bivacco di là, ma sotto sotto ti sentirai immancabilmente una merda defecata sul pianeta sbagliato. E allora che andasse al diavolo la Nuova Zelanda rigogliosa, insieme a foche, pinguini, balene e amanti del salto della quaglia.
Per mia fortuna sono qui a curiosare fra le sue acque, e delle faccine da esaltati che mi sorridono in gran quantità da poster e locandine, chi con l’elmetto in testa chi legato ad un elastico a testa in giù, non mi frega veramente molto, un po’ perché ho passato l’età di riferimento, un altro poco perché le esperienze estreme con listino prezzi sul retro, come dicevo, mi generano da sempre un’insopportabile amarezza, a parte quelle circoscritte nei parchi divertimento, ma lì si paga l’ingresso e poi ci si dedica a tutto quel che si crede, quantomeno.
Già, ma dicevo dell’acqua. Nel Paese dell’abbondanza questa non poteva essere da meno, e di ciò sono sinceramente contento. In alcune località delle Alpi Meridionali la media annua di precipitazioni si calcola addirittura in metri, o meglio, si calcola in inches, circa 200 all’anno, che tradotte in metri fa la bellezza di oltre 5 metri di pioggia, o neve che sia, in allegra caduta libera. Eppure se chiedete ad un neozelandese di queste parti se è contento dell’acqua che beve, in molti casi vedrete i suoi capelli mettersi sull’attenti. Possibile? L’Avon, il soporifero fiume che attraversa i parchi cittadini di Christchurch, mette voglia di una salutare nuotata da tanto è trasparente, sul litorale e nei fiordi vedo galleggiare solo surfisti e gabbiani, qui tutto è tirato a lucido in maniera maniacale, al punto che mi verrebbe da marcare nel mio taccuino una sonora e benvenuta vittoria dell’acqua griffata kiwi, fare le valigie e andarmene a consumare le mie energie per altri lidi. Invece a sfogliare i quotidiani locali ecco venire a galla insospettabili cancrene. È sufficiente aprire una pagina a caso per trovarvi smorfie di disgusto, intere associazioni in sit-in davanti al Ministero dell’Ambiente con tanto di cartelli intesi a smascherare ladrocini, chi la vuole cotta, chi la vuole cruda, insomma un vero e proprio pandemonio principalmente dovuto all’alta concentrazione di letame prodotto dai tantissimi allevamenti presenti nella regione del Canterbury, associata all’uso sempre più indiscriminato di prodotti chimici da parte degli agricoltori, che non pensano minimamente di cambiare strada e, in compenso, esigono dal Governo miglioramenti e nuove soluzioni per soddisfare una richiesta di acqua per irrigazione in costante aumento, vuoi per crescere erba da pascolo, vuoi per produrre sempre più verdure, ortaggi e tutto il resto. Una variegata collezione di porcherie che inevitabilmente filtra nel terreno andando ad avvelenarne le falde.
Il quadretto parrebbe non fare una piega, ma non è da me accontentarmi di quanto riportato dai giornali, inclini non di rado a focalizzare verità di parte. Ragion per cui mi metto alla ricerca di qualcuno in grado di scendere un poco di più nei particolari, finendo per scovare un arzillo agronomo ottantaduenne che per motivi d’età e passato professionale ha cominciato a darmi alcuni ragguagli interessanti e credibili, sulla geologia di questo arcipelago e sulla cultura dei suoi abitanti: il suo nome è Pat Palmer. Ho trascorso un’intera giornata con lui, esplorando a bordo della sua autovettura la penisola di Banks, e quella che riporto di seguito è, per sommi capi, la sua opinione.
“È tutto un finto problema! È vero, 40 milioni di pecore qualche fastidio inevitabilmente lo creano, ma fino a qualche anno fa ne avevamo 70 milioni, e allora? La paura dell’inquinamento è più dovuta a quanto potrebbe accadere che non a quanto già riscontrabile. Quando sei arrivato in aeroporto non ti hanno domandato dove hai posato i piedi negli ultimi 30 giorni? Ecco, il motivo è il medesimo: fobie. E politica. Gli allevatori si lamentano per avere le sovvenzioni promesse dal Governo, i cittadini protestano perchè i costi dell’acqua aumentano senza capirne bene il perché. Ma a conti fatti rimane un finto problema.” Personalmente sarei più incline a definire quelle che Pat ritiene essere null’altro che fobie, una sana forma di prevenzione. Se c’è un rischio effettivo di ritrovarsi fra non molto a bere piscio d’agnello anzichè acqua pulita, ritengo oltremodo saggio tentare di evitarlo, anche se sappiamo quanto convenga ad aziende e governi rimediare con un bel depuratore finanziato a spese dei contribuenti, piuttosto che frenare a tempo debito le smanie di ricchezza di qualche lobbie, ovviamente pronta a ricambiare il favore appena necessario.
Ma torniamo alla lezione d’idrologia applicata al territorio. Una volta raggiunta la vetta del promontorio dal quale si domina la piana di Christchurch, Pat sfodera dall’interno dell’auto tanto di cartina geografica e prende a farmi la descrizione minuziosa del panorama circostante, del quale conosce realmente ogni ciuffo d’erba.
“Ottimo terreno! Di origine vulcanica ma in splendida forma. Quello che vedi incluso fra il fiume Waimakariri, il lago Ellesmere ed il Rakaia River, un tempo era un enorme acquitrino, poi con l’arrivo dei primi europei gli alberi sono scomparsi per far posto agli allevamenti, e le acque addomesticate a favore dell’agricoltura. Ma qui di acqua ne abbiamo sempre avuta e ne abbiamo tutt’ora…” A quel punto mi viene spontaneo chiedergli se, preoccupandomi delle condizioni in cui versa quest’ultima, sono per caso venuto a ficcare il naso nel posto sbagliato.
“Assolutamente no! Se cercavi l’acqua sei davvero nel posto più indicato, qui ne trovi quanta ne vuoi.” E dopo aver chiosato la battuta con una ghigno alquanto sinistro, prosegue col fornirmi qualche altro dato sull’argomento. “Pensa che il Rakaia River ha una portata d’acqua annua pari ad un terzo di quella del fiume Mekong, hai presente no? Stiamo parlando della principale via d’irrigazione di quel continente, della cosiddetta cesta di riso asiatica! Quindi? Cos’abbiamo da lamentarci? Sai quant’acqua richiede la maturazione di un chilo di riso?”
“Quasi 1500 litri…” Dopo qualche giorno speso nelle riaie vietnamite un’idea me la sono fatta.
“Poco meno!” Mi corregge Pat, proseguendo imperterrito a decantarmi il bello ed il buono del Canterbury fermandosi giusto a prendere fiato, mentre io, favorito dalla particolare trasparenza dell’aria e con l’ausilio della mappa, me ne sto braccia conserte, mezzo congelato, ad osservare la pianura ai nostri piedi, facendo del mio meglio per sposare le sue parole con quello che vedo, e soffocando una gran voglia di dirgli che per oggi può bastare. Una cosa è certa, più lo sto ad ascoltare più seguito a non comprendere le tante lamentele individuate leggendo e ascoltando a destra e manca.
Tuttavia, continuando a non voler credere alla prima teoria spiattellatami nel piatto, pur qualificata che sia, rimango convinto ci debba essere un’altra verità, soprattutto dopo che, una volta terminata la lezione ed accomodatici nel salotto di casa Palmer a sorseggiare un ottimo caffè servito dalla sua simpatica moglie, il buon Pat prosegue ad indottrinarmi sulle capacità dissetanti della Nuova Zelanda sfogliando libri che, a giudicare dalle copertina, devono risalire ad almeno una quarantina d’anni fa. Molto interessante, ma non è che nel frattempo le cose sono cambiate?
Ritorno all’ostello che a dover fare i conti fra dubbi e certezze, i primi stanno ancora in vetta alla classifica. Che fare? Da qualche giorno avevo notato l’insegna di TV New Zealand far bella mostra di sé sul tetto di una palazzina a pochi passi dall’edificio che mi ospita. In base al fatto che i giornali stanno dedicando quattro pagine su dieci a polemiche di natura liquida, suppongo che a TVNZ ne sappiano qualcosa.
Il mattino seguente mi presento alla signorina posizionata all’ingresso che in pochi minuti, ottenute le mie credenziali e sorbitasi il motivo della mia visita, mi fa ricevere da tale Tom Fraser, un giovane e gentile giornalista della rete, che senza perdersi in eccessivi preamboli mi consiglia di passare a trovare un certo Ross Millichamp, consulente del settore acque per una rivista specializzata in caccia e pesca, a quanto pare particolarmente ferrato sullo stato di forma di fiumi, laghetti ed acquitrini locali.
Pur deplorando gli argomenti trattati da una simile rivista, voglio fidarmi del consiglio e gli telefono. Il mattino dopo sono già nella sede di Fish&Games, ad ascoltare la versione di Mr. Millichamp, che ha meno della metà degli anni di Pat Palmer e, mi auguro, un punto di vista più al passo coi tempi.
Le sue prime parole non si discostano molto dal pensiero del simpatico agronomo.
“In Nuova Zelanda godiamo di acque molto pure e davvero non abbiamo di che lamentarci…” poi comincia a circoscrivere il problema “eccetto qui nel Canterbury, dove le attività agricole estremamente intensive stanno indubbiamente degradando la qualità di suolo ed acqua di conseguenza. A subire i danni maggiori sono in particolare i piccoli corsi d’acqua ed il lago Ellesmere, nel quale questi vanno quasi tutti a sfociare. Inevitabile che la comunità cominci a pretendere rimedi efficaci. Per quanto riguarda noi di Fish&Game, occupandoci di pesca, ci riteniamo in prima linea in questa battaglia, e non posso nascondere che i molti dati raccolti stanno a confermare un numero di pescatori in costante calo, dovuto ad una quantità di pesce che va assottigliandosi di anno in anno.”
Per farla corta, di acqua ce ne sarebbe a litri ma l’ingordigia si misura in ettolitri, di conseguenza ad una portata dimezzata delle vie d’irrigazione si sovrappone una quantità doppia di fertilizzanti, il che non può certo funzionare, questo è vero. Ma è altrettanto vero che che un popolo con una simile sete di prevenzione, pulizia ed efficienza non tarderà molto a rimettere ogni cosa al proprio posto.
“Abbiamo un grande vantaggio che gioca a nostro favore!” conclude Ross con un benaugurante sorriso “E sta nel fatto che le precipitazione abbondanti che si riversano sulle Alpi, impiegano si e no quattro giorni a raggiungere la costa, consentendo un ricambio costante delle acque in tempi rapidi, ed attenuando di molto i danni.”
Direi che non è il caso di aggiungere altro. Gli stringo la mano augurandogli il meglio possibile, scendo in strada, butto la sua rivista nel primo bidone e torno al Charlie’s Backpackers. Domani parto per Auckland, convinto che farsi quattro bracciate nell’Avon dev’essere una magnifica esperienza e non mi farà cadere i capelli. Peccato faccia così freddo.
NEW ZEALANDNEW ZEALAND

–>