6 Giugno 2010

I’m on the London Schmap Guide!

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Curioso ritrovarsi citato sulla Schmap Guide di Londra, tra le guide turistiche on-line più consultate e meglio redatte in assoluto del wwweb. Se cercate info sulle Royal Horticultural Halls, vi ritrovate una mia immagine ripresa dallamico Mauro Vanoli, durante la mia due giorni di conferenze di viaggio, svoltasi a fine gennaio a Londra. La felicità è naltra roba, però la cosa mi ha gasato mica poco.
Un grazie di cuore e polmoni ad Emma Williams, redattrice di Schmap che mi ha voluto in questa edizione 2010.

9 Febbraio 2009

Lettere sull’acqua

bookonprogress

Questi ultimi sono stati per il sottoscritto dodici mesi complicati. Trecentosessantasei giorni durante i quali vita e morte si sono divertite a giocare al rimpiattino come le due inseparabili amiche che sono sempre state. In perfetta alternanza, sotto il mio naso. Fra risa e pianti e gioie e dolori che non sapevo viaggiassero in comitiva.
Prima il fortunato giro del mondo portato a termine come meglio non avrei potuto, poi la fulminea morte di mio padre, di seguito la mia prossima ed inattesa paternità, ed infine la scomparsa di due cari amici, preziosi come pochi. Tra merda e petali di rosa.
Cazzo, mi sono detto, in ’sto pandemonio quando mai lo finirò il mio nuovo libro? Si può scrivere sfilandosi pugnali dal cuore? Lo si può forse fare con gli occhi che lacrimano di felicità?
Intanto questo diario per pozzanghere ho cominciato a rimetterlo in ordine, e mi pare già un tiepido raggio di sole che filtra fra gli scuri. Devo farcela entro i primi giorni di maggio.
Il caro Giorgio Bettinelli mi aveva confessato d’aver scritto il suo in due mesi, al ritmo di un pazzo forsennato. A me ne restano davanti tre, ma scrivo molto peggio di lui. E allora un mese in più non mi pare rappresentare un gran vantaggio.
Staremo a vedere. Intanto sottopongo ai pochi che mi leggono quello che sarà il probabile incipit. Il titolo? Probabilmente saranno Lettere sull’Acqua.
Per il seguito portate pazienza…

In volo da Londra a Mumbai - 29 aprile 2007

A pensarci bene ho cominciato a viaggiare in cerca d’acqua tanto tempo fa, quando sui colli piacentini dov’ero solito passar le vacanze c’era un solo modo d’accaparrarsi quella per bere, cucinare, lavarsi: impugnare un secchio, drizzare la schiena e andarsela a prendere al fontanile. Una necessità che tramutò il bugliolo in rame affidatomi da nonno Carlo, giunto il momento di rendermi utile e rafforzare i muscoli, nella mia prima, simbolica valigia; vuota e leggera all’andata, pesante ma preziosa al ritorno, come si addice a ogni viaggiatore che si rispetti.
La vasca del paesello distava meno di duecento metri dalle ultime abitazioni. Tre minuti di mulattiera fra campi d’erba medica e granoturco, che se ad un maschio adulto consentivano di fumarsi mezzo garibaldi in santa pace o sbirciare sotto la gonna di qualche compaesana curva sul lavatoio, a un marmocchio di sei sette anni non mancavano mai di rifilar grattacapi, tipo un fruscìo che la mia immaginazione attribuiva a serpi assassine, l’assalto all’arma bianca d’un gallo ruspante, un pantano inaggirabile senza inzupparvi una caviglia, giusto per citare i più frequenti. Fastidi talora sanabili con una corsa e un paio di balzi finché il recipiente era asciutto; perché sulla via del ritorno, con quel fardello da riportare a casa senza troppi travasi capirete come le cose finissero spesso col complicarsi.
Tuttavia, un batticuore o una scarpa fradicia eran penitenze di poco conto se comparate allo svago offertomi dall’antologia di confessioni risvegliate da quell’acqua gelata. Alla fonte c’era sempre da imparare. La sua presenza offriva ai contadini un raro pretesto per posare forca e sapone e spifferare segreti sulla rotazione del maggese, certi amori mai consumati, oppure i supplizi di qualche parente passato a miglior vita, in una ridda ineguagliabile di saggezza popolare e bestemmie, buoni consigli e resoconti da non dormirci la notte.
Ma più d’ogni altra cosa, fu proprio quel rituale indispensabile alla sopravvivenza della comunità ad insegnarmi quanto l’acqua sia dispensatrice di vita, e come ogni viaggio in sua compagnia, gravoso o meno, m’avrebbe destinato affanni e seccature, ma soprattutto scoperte, gioie e talvolta eterne amicizie.
Mesi fa su quella fontana è apparsa una targa metallica. Dice: comune di Bobbio – Acqua non potabile.
Mesi dopo mi sono imbarcato su questo aereo…

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10 Aprile 2008

> RTW — Edo @ 10:13

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Se intendi agire in maniera concreta:

Free Tibet

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16 Febbraio 2008

Clip

> RTW — Edo @ 14:48
Ago & 16Barre - “Armonia Universale”
Hip Hop Italiano - sabato 16 febbraio 2008

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19 Dicembre 2007

Buone

> RTW — Edo @ 19:31

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12 Dicembre 2007

EVVIVA

> RTW — Edo @ 10:43

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Milano 12/12/2007 - Mentre a Bali un briciolo di mondo si confronta alla Conferenza Mondiale sul Clima, la Milano proiettata verso l’Expo mette in vetrina una sensibilità verso le questioni ambientali da bassifondi, calando le braghe, oltretutto, a pusher d’acqua potabile stranieri che in Italia, primo consumatore mondiale di “oro blu” in bottiglia, trovano terreno fertile come in nessun altro luogo.
Avete visto bene: 15 euro in cambio di un litro di Evian. Ma vuoi mettere il piacere di portarsi a casa il contenitore a forma d’alberello? Se poi desiderate la bottiglia con ghirigori natalizi stampati, in quel caso il prezzo sale a 20 euro.

- Oltre un miliardo di persone sulla Terra non ha accesso all’acqua potabile.
- Circa il 55% della popolazione del Terzo mondo è devastata da malattie contratte a causa di risorse idriche contaminate.
- Sei milioni di bambini muoiono ogni anno in seguito ad infezioni provocate da acqua inquinata.
Raccapricciante! E noi? Zeppiamo gli scaffali natalizi con bottiglie dieci volte più care d’un litro di benzina. Geniale.
Ma c’è dell’altro. Entro in un baretto del centralissimo Corso Venezia, e vi scovo un’intera esposizione di bottigliette d’acqua di esotica provenienza, la più scioccante delle quali proviene dalle isole Fiji. La Fiji Artesian Water! Ma come?! Mentre in quelle isolette del Pacifico meridionale i governi studiano come far pagare alla popolazione le tasse sulla fornitura d’acqua potabile, viene concesso ad una azienda stellestriscie - ebbene sì, sono statunitensi - il pescaggio artesiano per rivenderla in Europa? Alla bellezza di 8 euro al litro e 4 euro e cinquanta la confezione da mezzo? Buon natale cazzo!!
Questo è quanto riportato sull’etichetta:
“Alle Fiji, la pioggia viene filtrata naturalmente dalle rocce vulcaniche da centinaia di anni - ma dai? - addizionandola di minerali di vitale importanza che conferiscono alla Fiji Water il suo gusto unico e rinfrescante. Quest’acqua è conservata all’interno di una primitiva falda freatica profonda, in grado di proteggerla da agenti esterni. Così dev’essere l’acqua come la intende la natura: vergine.”

Pensate un po’. Il sottosuolo l’ha conservata per secoli proteggendola da contaminazioni, ed ora sono arrivati questi illuminati globalizzatori che se la succhiano a vantaggio dell’aristocrazia occidentale, promuovendone l’utilizzo con apparizioni in famosi serial TV come Desperate Housewives e Friends.
Maggiori dettagli su www.fijiwater.com, ma se lo evitate è meglio.

Per capirci un poco di più vi riporto di seguito la riflessione di Alessandro Taballione, dal titolo: il lato oscuro della globalizzazione.
“Questo tipo di sviluppo è sostenuto dagli organismi economici mondiali. In alcuni casi il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Mondiale hanno subordinato la concessione di prestiti a paesi poveri in cambio della gestione dei servizi idrici a società private estere… Che sarebbe a dire: “noi vi diamo i soldi, ed in cambio ci prendiamo solamente la gestione, esclusiva, della risorsa più importante per vivere”. Qualcuno lo chiamerebbe ricatto. Ma è solo il lato più sporco della globalizzazione. Anzi, per la precisione, di questa globalizzazione.”

Che altro aggiungere? Una sorgente d’affari. Fin dove possibile, torniamo a bere quella del rubinetto, per carità. Riprendiamoci la vergogna! Almeno quella…

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25 Settembre 2007

USA:

> RTW — Edo @ 10:02

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26 Luglio 2007

Buone

> RTW — Edo @ 12:00

SpeakAgeLine generated content

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17 Luglio 2007

AUCKLAND:

> RTW — Edo @ 15:22

SushiGuardierosse

Gente strana i neozelandesi. Degna di essere elogiata la loro capacità di tenere il livello d’attenzione sempre alto circa le questioni eco-ambientali, riprovevole la loro abilità nell’alzare dita dietro cui nascondersi, al punto da farmi credere che la filiforme Sky Tower di Auckland, di tale atteggiamento ne rappresenti la degna icona.
Ma andiamo per ordine. Ho messo piede ad Auckland con la convinzione di visitare la capitale della vela, ed eccomi invece a passeggio nella più smisurata macelleria di pesce dell’emisfero sud. Non sono mai stato a Tokio, ciononostante dubito la sua offerta di sushi superi quella che ho avuto modo di osservare quaggiù, tenendo in considerazione di trovarmi in un agglomerato urbano di così pochi chilometri quadrati. Già a Singapore e in Australia avevo constatato come la malaugurata moda di masticare le tenere carni di pesci di ogni razza e provenienza, fosse entrata nelle abitudini alimentari di troppi, ma sulla Kings Road le rivendite di cilindri in riso farcito sono così tante da darmi il capogiro. Ma come, in tutto il mondo cresce l’allarme per la certa estinzione di talune specie, ed in quella che pensavo essere la patria per eccellenza di una sana coscienza ambientalista, mi ritrovo assediato da tonnellate di tonno rosso ridotto a cubetti!? Spendendo pochissimi dollari, ti viene dato modo di scegliere se contribuire all’azzeramento della fauna marina direttamente dal tavolino di uno delle decine di ristoranti a disposizione, o se farlo più comodamente dal salotto di casa, portandoti via il tuo scatolino in plastica trasparente ripieno del colorato ben di Dio, acquistato dal chiosco accanto al negozio di collanine maori. Sarei curioso di sapere come la pensano coloro che un tempo tali collanine le indossavano, ma oggi i maori vestono elemetto di plastica gialla e tuta blu, e non credo abbiano granchè modo di esprimere opinioni, in merito al massacro dei pesci quanto su tutto il resto. Qui a fare le regole del mercato adesso sono i portatori sani di occhi a mandorla, e se è loro interesse spacciare carne cruda, potete ballare la spaventosa aka fino allo sfinimento, ma scordatevi di fargli prendere un’altra strada. Agnelli arrosto, sloop a vela e cottages di gusto coloniale, saranno molto presto sostituiti da noodles, sampam e pagode, perchè Auckland è ormai da considerarsi tra i principali avamposti dell’invasione orientale al pianeta, che vi piaccia o meno. Busti di Mao Zedong e statuette di guardie rosse in ceramica fanno bella mostra in numerose vetrine della città - per quel poco che ne so, esporre la riproduzione di una guardia rossa su una mensola di casa equivarebbe ad appendere il pupazzetto di una SS allo specchietto dell’auto, ma è probabile che la storia politica del nostro pianeta non rientri fra le letture preferite di questo popolo - e se proprio siete esausti di azzannare hamburgers vedete di imparare a destreggiarvi coi bastoncini di legno fra le dita, altrimenti saltate il pasto. Money first! E se yen e yuan fanno più gola di Yin e Yang, prepariamoci a calare le braghe ed a farci trovare con un grasso salmone infilato in quel posto, pronto per la sfilettatura sashimi style.
A riprova di questa voglia d’oriente, mi salta all’occhio una notizia che considero la vera ciliegina posizionata sopra una nuvola di panna. Il Dalai Lama è in visita diplomatica in Oceania ed il Primo Ministro kiwi, Helen Clark, cosa fa? Onde evitare scontenti da parte del Governo cinese, annuncia pubblicamente di non avere intenzione d’incontrarlo. La “chinese cake” è pronta! Qualcuno ne vuole una fetta? Troppo indigesta? Ecco allora la soluzione da luminare della diplomazia di Mrs. Clark. Si fa casualmente trovare sul medesimo aereo del pacifico Lama, ritagliandosi come in un origami la possibilità di scambiarci quattro parole, che casualmente non abbiano nulla a che vedere con argomenti politici ed altrettanto casualmente non scontentino nessuno da Taiwan a salire. Prendere un aereo non è come scegliere su quale carrozza del treno accomodarsi, tutta colpa del caso. I cinesi fanno finta di niente, il Dalai Lama fa spallucce, i neozelandesi pure. Possibile sia solo io ad avvertire una morsa nello stomaco? Ho bisogno d’un sorso d’acqua.
E la mia acqua appunto? Di quella ce n’è in esubero! Uno scandalo d’acqua, che genera scandali. Al punto che per tenerla sotto controllo si prospetta per la popolazione locale la possibilità di vederne aumentare il prezzo del 10% annuo per i prossimi 10 anni. Decisione presa e solo da smussare agli angoli. Difatti il problema sta ora nel come comunicarlo alla cittadinanza senza finire appesi al pennone più alto del porto. Qualche testa di legno governativa ha già dovuto abbandonare la poltrona, ma in una maniera o nell’altra i soldi per sponsorizzare rimedi contro le frequenti alluvioni andranno trovati, e le tasche dei contribuenti rimangono la migliore risorsa. D’altra parte, 1200 millimetri di pioggia che si rovesciano su una metropoli edificata sulla cima e ai piedi di una ripida collina, di inconvenienti ne creano a volontà. E allora tale Brian Rudman, celebre editorialista del New Zealand Herald lancia una proposta geniale, di quelle che solo un neozelandese dell’ultima generazione poteva produrre: troppa pioggia? Tassiamola! Anzichè stabilire una quota di denaro fissa da versare sui conti dello Stato, creiamo una tassazione elastica! Se piove molto pagheremo di più, se piove poco non paghiamo nulla. Ad Auckland? Commovente. Come se io mi bendassi e chiedessi al mio interlocutore di posizionarsi di fronte a me gambe larghe, pronto a ricevere un poderoso calcio nei testicoli. Se lo metto a segno mi sgancia 50 dollari, se lo manco siamo pari e può girare i tacchi senza pagare un centesimo. Cosa ne dite? Io in tutta risposta ho inviato una e-mail al NZ Herald proponendo l’arresto immediato del Sig. Rudman. Per la tassazione dell’ossigeno la va a poche ore… Vivete nella città delle vele? Allora trasferitevi orgogliosamente in barca e lasciate il territorio ai suoi antichi possessori, sono convinto che i maori, sotto l’elmetto giallo, abbiano in serbo soluzioni migliori, da sempre.
NZ Herald

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AUCKLAND:

> RTW — Edo @ 15:10

SushiGuardierosse

Gente strana i neozelandesi. Degna di essere elogiata la loro capacità di tenere il livello d’attenzione sempre alto circa le questioni eco-ambientali, riprovevole la loro abilità nell’alzare dita dietro cui nascondersi, al punto da farmi credere che la filiforme Sky Tower di Auckland, di tale atteggiamento ne rappresenti la degna icona.
Ma andiamo per ordine. Ho messo piede ad Auckland con la convinzione di visitare la capitale della vela, ed eccomi invece a passeggio nella più smisurata macelleria di pesce dell’emisfero sud. Non sono mai stato a Tokio, ciononostante dubito la sua offerta di sushi superi quella che ho avuto modo di osservare quaggiù, tenendo in considerazione di trovarmi in un agglomerato urbano di così pochi chilometri quadrati. Già a Singapore e in Australia avevo constatato come la malaugurata moda di masticare le tenere carni di pesci di ogni razza e provenienza, fosse entrata nelle abitudini alimentari di troppi, ma sulla Kings Road le rivendite di cilindri in riso farcito sono così tante da darmi il capogiro. Ma come, in tutto il mondo cresce l’allarme per la certa estinzione di talune specie, ed in quella che pensavo fosse la patria per eccellenza di una sana coscienza ambientalista, mi ritrovo assediato da tonnellate di tonno rosso ridotto a cubetti!? Spendendo pochissimi dollari, ti viene dato modo di scegliere se contribuire all’azzeramento della fauna marina direttamente dal tavolino di uno delle decine di ristoranti a disposizione, o se farlo più comodamente dal salotto di casa, portandoti a casa il tuo scatolino in plastica trasparente ripieno del colorato ben di Dio, acquistato dal chiosco accanto al negozio di collanine maori. Sarei curioso di sapere come la pensano coloro che un tempo tali collanine le indossavano, ma oggi i maori vestono elemetto di plastica gialla e tuta blu, e non credo abbiano granchè modo di esprimere opinioni, in merito al massacro dei pesci quanto su tutto il resto. Qui a fare le regole del mercato adesso sono i portatori sani di occhi a mandorla, e se è loro interesse spacciare carne cruda, potete ballare la spaventosa aka fino allo sfinimento, ma scordatevi di fargli prendere un’altra strada. Agnelli arrosto, sloop a vela e cottages di gusto coloniale, saranno molto presto sostituiti da noodles, sampam e pagode, perchè Auckland è ormai da considerarsi tra i principali avamposti dell’invasione orientale al pianeta, che vi piaccia o meno. Busti di Mao Zedong e statuette di guardie rosse in ceramica fanno bella mostra in numerose vetrine della città - per quel poco che ne so, esporre la riproduzione di una guardia rossa su una mensola di casa equivarebbe ad appendere il pupazzetto di una SS allo specchietto dell’auto, ma è probabile che la storia politica del nostro pianeta non rientri fra le letture preferite di questo popolo - e se proprio siete esausti di azzannare hamburgers vedete di imparare a destreggiarvi coi bastoncini di legno fra le dita, altrimenti saltate il pasto. Money first! E se yen e yuan fanno più gola di Yin e Yang, prepariamoci a calare le braghe ed a farci trovare con un grasso salmone infilato in quel posto, pronto per la sfilettatura sashimi style.
A riprova di questa voglia d’oriente, mi salta all’occhio una notizia che considero la vera ciliegina posizionata sopra una nuvola di panna. Il Dalai Lama è in visita diplomatica in Oceania ed il Primo Ministro kiwi, Helen Clark, cosa fa? Onde evitare scontenti da parte del Governo cinese, annuncia pubblicamente di non avere intenzione d’incontrarlo. La “chinese cake” è pronta! Qualcuno ne vuole una fetta? Troppo indigesta? Ecco allora la soluzione da luminare della diplomazia di Mrs. Clark. Si fa casualmente trovare sul medesimo aereo del pacifico Lama, ritagliandosi come in un origami la possibilità di scambiarci quattro parole, che casualmente non abbiano nulla a che vedere con argomenti politici ed altrettanto casualmente non scontentino nessuno da Taiwan a salire. Prendere un aereo non è come scegliere su quale carrozza del treno accomodarsi, tutta colpa del caso. I cinesi fanno finta di niente, il Dalai Lama fa spallucce, i neozelandesi pure. Possibile sia solo io ad avvertire una morsa nello stomaco? Ho bisogno d’un sorso d’acqua.
E la mia acqua appunto? Di quella ce n’è in esubero! Uno scandalo d’acqua, che genera scandali. Al punto che per tenerla sotto controllo si prospetta per la popolazione locale la possibilità di vederne aumentare il prezzo del 10% annuo per i prossimi 10 anni. Decisione presa e solo da smussare agli angoli. Difatti il problema sta ora nel come comunicarlo alla cittadinanza senza finire appesi al pennone più alto del porto. Qualche testa di legno governativa ha già dovuto abbandonare la poltrona, ma in una maniera o nell’altra i soldi per sponsorizzare rimedi contro le frequenti alluvioni andranno trovati, e le tasche dei contribuenti rimangono la migliore risorsa. D’altra parte, 1200 millimetri di pioggia che si rovesciano su una metropoli edificata sulla cima e ai piedi di una ripida collina, di inconvenienti ne creano a volontà. E allora tale Brian Rudman, celebre editorialista del New Zealand Herald lancia una proposta geniale, di quelle che solo un neozelandese dell’ultima generazione poteva produrre: troppa pioggia? Tassiamola! Anzichè stabilire una quota di denaro fissa da versare sui conti dello Stato, creiamo una tassazione elastica! Se piove molto pagheremo di più, se piove poco non paghiamo nulla. Ad Auckland? Geniale. Come se io mi bendassi e chiedessi al mio interlocutore di posizionarsi di fronte a me gambe larghe, pronto a ricevere un poderoso calcio nei testicoli. Se lo metto a segno mi sgancia 50 dollari, se lo manco siamo pari e può girare i tacchi senza pagare un centesimo. Cosa ne dite? Io in tutta risposta ho inviato una e-mail al NZ Herald proponendo l’arresto immediato del Sig. Rudman. Per la tassazione dell’ossigeno la va a poche ore… Vivete nella città delle vele? Trasferitevi in barca. Sono convinto che i maori, sotto l’elmetto giallo, abbiano in serbo soluzioni migliori, da sempre.
NZ Herald

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9 Luglio 2007

08/07/2007

> RTW — Edo @ 02:12

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5 Luglio 2007

Riflessioni

> RTW — Edo @ 03:05

NEW ZEALANDNEW ZEALAND

New Zealand – South Island

La natura in Nuova Zelanda è paragonabile a una splendida diva dei nostri tempi, che mai e poi mai si abbandonerà alle attenzioni del primo che passa senza averne prima verificato la consistenza del conto corrente. Nel caso quest’ultimo non dovesse essere all’altezza, potrete goderne il profumo, scambiarci due parole, osservarla ammutoliti mentre vi sfila accanto, ma di una notte in sua compagnia non se ne parla proprio.
Lei, la radiosa ed ipertrofica natura neozelandese, è ormai stata scritturata da un potente e scaltro impresario, ma che dico uno, decine di questi, che oggi ve la offrono come meglio la gradite ma solo in cambio di sonori compensi, e fatta a pezzi.
Hai intenzione di trascorrere una notte ascoltando il canto di una cascata nel Milford Sound? Bene, fanno 500 dollari. Ti attrae l’idea di volare dalla pianura fino alle vette innevate nella cesta di un pallone aerostatico? Siamo qui per servirla! Bastano 250 dollari neozelandesi più la spesa per raggiungere la pista di decollo. Paragliding, snowboarding, bungee-jumping, kayaking, canyoning, free-climbing? Pagare, pagare, pagare! Commercio allo stato puro. Ben gestito ed ottimamente pubblicizzato, non c’è che dire, ma tutto organizzato allo scopo di ricavare contante, la qual cosa, pur comprendendone le motivazioni mi fa un briciolo di tristezza. Se non hai molti soldi al seguito, al cospetto di una simile debordante offerta potrai metterti il fedele zaino in spalla, piantare una tenda di qua, imbastire un bivacco di là, ma sotto sotto ti sentirai immancabilmente una merda defecata sul pianeta sbagliato. E allora che andasse al diavolo la Nuova Zelanda rigogliosa, insieme a foche, pinguini, balene e amanti del salto della quaglia.
Per mia fortuna sono qui a curiosare fra le sue acque, e delle faccine da esaltati che mi sorridono in gran quantità da poster e locandine, chi con l’elmetto in testa chi legato ad un elastico a testa in giù, non mi frega veramente molto, un po’ perché ho passato l’età di riferimento, un altro poco perché le esperienze estreme con listino prezzi sul retro, come dicevo, mi generano da sempre un’insopportabile amarezza, a parte quelle circoscritte nei parchi divertimento, ma lì si paga l’ingresso e poi ci si dedica a tutto quel che si crede, quantomeno.
Già, ma dicevo dell’acqua. Nel Paese dell’abbondanza questa non poteva essere da meno, e di ciò sono sinceramente contento. In alcune località delle Alpi Meridionali la media annua di precipitazioni si calcola addirittura in metri, o meglio, si calcola in inches, circa 200 all’anno, che tradotte in metri fa la bellezza di oltre 5 metri di pioggia, o neve che sia, in allegra caduta libera. Eppure se chiedete ad un neozelandese di queste parti se è contento dell’acqua che beve, in molti casi vedrete i suoi capelli mettersi sull’attenti. Possibile? L’Avon, il soporifero fiume che attraversa i parchi cittadini di Christchurch, mette voglia di una salutare nuotata da tanto è trasparente, sul litorale e nei fiordi vedo galleggiare solo surfisti e gabbiani, qui tutto è tirato a lucido in maniera maniacale, al punto che mi verrebbe da marcare nel mio taccuino una sonora e benvenuta vittoria dell’acqua griffata kiwi, fare le valigie e andarmene a consumare le mie energie per altri lidi. Invece a sfogliare i quotidiani locali ecco venire a galla insospettabili cancrene. È sufficiente aprire una pagina a caso per trovarvi smorfie di disgusto, intere associazioni in sit-in davanti al Ministero dell’Ambiente con tanto di cartelli intesi a smascherare ladrocini, chi la vuole cotta, chi la vuole cruda, insomma un vero e proprio pandemonio principalmente dovuto all’alta concentrazione di letame prodotto dai tantissimi allevamenti presenti nella regione del Canterbury, associata all’uso sempre più indiscriminato di prodotti chimici da parte degli agricoltori, che non pensano minimamente di cambiare strada e, in compenso, esigono dal Governo miglioramenti e nuove soluzioni per soddisfare una richiesta di acqua per irrigazione in costante aumento, vuoi per crescere erba da pascolo, vuoi per produrre sempre più verdure, ortaggi e tutto il resto. Una variegata collezione di porcherie che inevitabilmente filtra nel terreno andando ad avvelenarne le falde.
Il quadretto parrebbe non fare una piega, ma non è da me accontentarmi di quanto riportato dai giornali, inclini non di rado a focalizzare verità di parte. Ragion per cui mi metto alla ricerca di qualcuno in grado di scendere un poco di più nei particolari, finendo per scovare un arzillo agronomo ottantaduenne che per motivi d’età e passato professionale ha cominciato a darmi alcuni ragguagli interessanti e credibili, sulla geologia di questo arcipelago e sulla cultura dei suoi abitanti: il suo nome è Pat Palmer. Ho trascorso un’intera giornata con lui, esplorando a bordo della sua autovettura la penisola di Banks, e quella che riporto di seguito è, per sommi capi, la sua opinione.
“È tutto un finto problema! È vero, 40 milioni di pecore qualche fastidio inevitabilmente lo creano, ma fino a qualche anno fa ne avevamo 70 milioni, e allora? La paura dell’inquinamento è più dovuta a quanto potrebbe accadere che non a quanto già riscontrabile. Quando sei arrivato in aeroporto non ti hanno domandato dove hai posato i piedi negli ultimi 30 giorni? Ecco, il motivo è il medesimo: fobie. E politica. Gli allevatori si lamentano per avere le sovvenzioni promesse dal Governo, i cittadini protestano perchè i costi dell’acqua aumentano senza capirne bene il perché. Ma a conti fatti rimane un finto problema.” Personalmente sarei più incline a definire quelle che Pat ritiene essere null’altro che fobie, una sana forma di prevenzione. Se c’è un rischio effettivo di ritrovarsi fra non molto a bere piscio d’agnello anzichè acqua pulita, ritengo oltremodo saggio tentare di evitarlo, anche se sappiamo quanto convenga ad aziende e governi rimediare con un bel depuratore finanziato a spese dei contribuenti, piuttosto che frenare a tempo debito le smanie di ricchezza di qualche lobbie, ovviamente pronta a ricambiare il favore appena necessario.
Ma torniamo alla lezione d’idrologia applicata al territorio. Una volta raggiunta la vetta del promontorio dal quale si domina la piana di Christchurch, Pat sfodera dall’interno dell’auto tanto di cartina geografica e prende a farmi la descrizione minuziosa del panorama circostante, del quale conosce realmente ogni ciuffo d’erba.
“Ottimo terreno! Di origine vulcanica ma in splendida forma. Quello che vedi incluso fra il fiume Waimakariri, il lago Ellesmere ed il Rakaia River, un tempo era un enorme acquitrino, poi con l’arrivo dei primi europei gli alberi sono scomparsi per far posto agli allevamenti, e le acque addomesticate a favore dell’agricoltura. Ma qui di acqua ne abbiamo sempre avuta e ne abbiamo tutt’ora…” A quel punto mi viene spontaneo chiedergli se, preoccupandomi delle condizioni in cui versa quest’ultima, sono per caso venuto a ficcare il naso nel posto sbagliato.
“Assolutamente no! Se cercavi l’acqua sei davvero nel posto più indicato, qui ne trovi quanta ne vuoi.” E dopo aver chiosato la battuta con una ghigno alquanto sinistro, prosegue col fornirmi qualche altro dato sull’argomento. “Pensa che il Rakaia River ha una portata d’acqua annua pari ad un terzo di quella del fiume Mekong, hai presente no? Stiamo parlando della principale via d’irrigazione di quel continente, della cosiddetta cesta di riso asiatica! Quindi? Cos’abbiamo da lamentarci? Sai quant’acqua richiede la maturazione di un chilo di riso?”
“Quasi 1500 litri…” Dopo qualche giorno speso nelle riaie vietnamite un’idea me la sono fatta.
“Poco meno!” Mi corregge Pat, proseguendo imperterrito a decantarmi il bello ed il buono del Canterbury fermandosi giusto a prendere fiato, mentre io, favorito dalla particolare trasparenza dell’aria e con l’ausilio della mappa, me ne sto braccia conserte, mezzo congelato, ad osservare la pianura ai nostri piedi, facendo del mio meglio per sposare le sue parole con quello che vedo, e soffocando una gran voglia di dirgli che per oggi può bastare. Una cosa è certa, più lo sto ad ascoltare più seguito a non comprendere le tante lamentele individuate leggendo e ascoltando a destra e manca.
Tuttavia, continuando a non voler credere alla prima teoria spiattellatami nel piatto, pur qualificata che sia, rimango convinto ci debba essere un’altra verità, soprattutto dopo che, una volta terminata la lezione ed accomodatici nel salotto di casa Palmer a sorseggiare un ottimo caffè servito dalla sua simpatica moglie, il buon Pat prosegue ad indottrinarmi sulle capacità dissetanti della Nuova Zelanda sfogliando libri che, a giudicare dalle copertina, devono risalire ad almeno una quarantina d’anni fa. Molto interessante, ma non è che nel frattempo le cose sono cambiate?
Ritorno all’ostello che a dover fare i conti fra dubbi e certezze, i primi stanno ancora in vetta alla classifica. Che fare? Da qualche giorno avevo notato l’insegna di TV New Zealand far bella mostra di sé sul tetto di una palazzina a pochi passi dall’edificio che mi ospita. In base al fatto che i giornali stanno dedicando quattro pagine su dieci a polemiche di natura liquida, suppongo che a TVNZ ne sappiano qualcosa.
Il mattino seguente mi presento alla signorina posizionata all’ingresso che in pochi minuti, ottenute le mie credenziali e sorbitasi il motivo della mia visita, mi fa ricevere da tale Tom Fraser, un giovane e gentile giornalista della rete, che senza perdersi in eccessivi preamboli mi consiglia di passare a trovare un certo Ross Millichamp, consulente del settore acque per una rivista specializzata in caccia e pesca, a quanto pare particolarmente ferrato sullo stato di forma di fiumi, laghetti ed acquitrini locali.
Pur deplorando gli argomenti trattati da una simile rivista, voglio fidarmi del consiglio e gli telefono. Il mattino dopo sono già nella sede di Fish&Games, ad ascoltare la versione di Mr. Millichamp, che ha meno della metà degli anni di Pat Palmer e, mi auguro, un punto di vista più al passo coi tempi.
Le sue prime parole non si discostano molto dal pensiero del simpatico agronomo.
“In Nuova Zelanda godiamo di acque molto pure e davvero non abbiamo di che lamentarci…” poi comincia a circoscrivere il problema “eccetto qui nel Canterbury, dove le attività agricole estremamente intensive stanno indubbiamente degradando la qualità di suolo ed acqua di conseguenza. A subire i danni maggiori sono in particolare i piccoli corsi d’acqua ed il lago Ellesmere, nel quale questi vanno quasi tutti a sfociare. Inevitabile che la comunità cominci a pretendere rimedi efficaci. Per quanto riguarda noi di Fish&Game, occupandoci di pesca, ci riteniamo in prima linea in questa battaglia, e non posso nascondere che i molti dati raccolti stanno a confermare un numero di pescatori in costante calo, dovuto ad una quantità di pesce che va assottigliandosi di anno in anno.”
Per farla corta, di acqua ce ne sarebbe a litri ma l’ingordigia si misura in ettolitri, di conseguenza ad una portata dimezzata delle vie d’irrigazione si sovrappone una quantità doppia di fertilizzanti, il che non può certo funzionare, questo è vero. Ma è altrettanto vero che che un popolo con una simile sete di prevenzione, pulizia ed efficienza non tarderà molto a rimettere ogni cosa al proprio posto.
“Abbiamo un grande vantaggio che gioca a nostro favore!” conclude Ross con un benaugurante sorriso “E sta nel fatto che le precipitazione abbondanti che si riversano sulle Alpi, impiegano si e no quattro giorni a raggiungere la costa, consentendo un ricambio costante delle acque in tempi rapidi, ed attenuando di molto i danni.”
Direi che non è il caso di aggiungere altro. Gli stringo la mano augurandogli il meglio possibile, scendo in strada, butto la sua rivista nel primo bidone e torno al Charlie’s Backpackers. Domani parto per Auckland, convinto che farsi quattro bracciate nell’Avon dev’essere una magnifica esperienza e non mi farà cadere i capelli. Peccato faccia così freddo.
NEW ZEALANDNEW ZEALAND

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15 Giugno 2007

Warwick,

> RTW — Edo @ 07:51

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Western Australia - Giugno 2007
Come può preoccuparsi di acqua un popolo che beve tutt’altro?
Nel lunghissimo elenco di bevande che gli australiani usano per dissetarsi, che oltre alle già note etichette assomma veri e propri intrugli di cui non sto nemmeno qui a riportarvi il contenuto, l’acqua intesa come tale, senza coloranti e dolcificanti, rappresenta senza dubbio l’ultima voce. Impossibile sorprendere uno che ne beva a sorsate, in tavola come per strada, credetemi.
A riprova di ciò, vi dico che appena giunto al Comfort Hostel di Belmont, sobborgo a circa 6 chilometri da Perth, ho chiesto alla receptionist se avesse una bottiglia di banale acqua da vendermi, ricevendo fra le mani un litro di ottima minerale, frizzante, e per di più italiana, quella rosso stellata che sgorga dalle valli bergamasche. “Ne ho un paio di scatoloni nel retro, non piace a nessuno, se ne vuoi altra fammi sapere…” senza neppure chiedermi i due dollari che avrei pagato la bibita caramellata che zeppava il dispenser alle mie spalle. Splendido! Il primo regalo che ricevo in questa mio viaggio assetato, mi sono detto, realizzando immediatamente dopo, che la relazione instauratasi ultimamente tra il prezioso solvente universale e questo popolo non deve certo essere delle più amorevoli. Ma mi sbagliavo. Nei fatti, qui di acqua magari se ne beve poca, ma se ne parla e se ne parla davvero tanto. È sufficiente aprire un quotidiano, una pagina vale l’altra, per rendersi conto di quanto tale elemento, oltre a costare ormai come la benzina, ne stia assumendo le medesime proprietà detonanti. A preoccupare non è tanto l’eventualità di potersi ritrovare presto senza nulla da bere, sul fatto che nessuno si disseti con l’acqua non mi sbagliavo, e vagli a far capire che senza la materia prima è impossibile produrre i golosi liquidi ad essa preferiti, quanto di non poterla più utilizzare per lavare l’auto, innaffiare il prato e, soprattutto, irrigare le coltivazioni. Motivo? La pioggia, che a detta di Governo, climatologi e sudditanze varie come organi di stampa e televisione, ha smesso di bagnare il sud australiano e difficilmente tornerà a farlo per un bel pezzo. Global warming? Esatto. Ecco la parolina magica che da una parte pare piacere tanto al Primo Ministro della Western Australia, Alan Carpenter, mentre dall’altra sta facendo infuriare un fronte di attivisti e cittadini sempre più numeroso e compatto, che alla storia delle piogge in rarefazione ci crede poco niente.
Qualche mese fa, curiosando fra gli articoli riguardanti un libro intitolato The Weather Makers, giudicato un best-seller dalla critica d’oltreoceano ma che altro non è se non una sorta di manualetto infarcito di banalità sui mutamenti climatici scritto da un antropologo di Sidney, tale Tim Flannery, mi è balzata all’occhio l’unica riflessione in totale disaccordo in mezzo a tanti elogi. Parole dure secondo le quali, dati alla mano, questa faccenda della rapida desertificazione del meridione australiano è una gigantesca fandonia della quale Flannery è fra i tanti portavoce, firmato Warwick Hughes, un geologo esperto di clima ai ferri corti con le autorità politiche locali ormai da anni. Tramite lui ho conosciuto Peter Coyne, e ieri, con Peter e Warwick, ho percorso circa 800 chilometri per andare a verificare di persona quanto sta accadendo in questo angolo di pianeta: una vera catastrofe ambientale.
Nel wheatbelt australiano, che è un’immensa fascia di continente in cui si concentrano le più estese e ricche coltivazioni di cereali, ortaggi e uva, oltre ad allevamenti di bestiame a perdita d’occhio, vuoi per l’utilizzo spropositato che se ne fa in agricoltura, vuoi per una poco attenta gestione del territorio, l’acqua ha quasi smesso di scorrere come ha sempre fatto, lasciandosi alle spalle, evaporando, delle quantità di sale tali da cuocere i terreni al ritmo di 100 ettari al giorno, ovvero circa 40.000 ettari ogni anno. Un procedere inesorabile che senza adeguate soluzioni lascerà molto presto il Paese a masticare alluminio ed uranio anzichè pane e carne, mettendo sul lastrico intere generazioni di coltivatori e allevatori. Il sale, trasportato dai venti occidentali che carezzano l’oceano Indiano, si deposita da sempre sulle praterie del sudest, ma un uso meno famelico dei sistemi di irrigazione ne aveva sempre consentito lo smaltimento in oceano lungo i corsi naturali di fiumi e avvallamenti. Oggi l’agricoltura produce a velocità sempre maggiori e sempre di più ci si indirizza su coltivazioni, come ad esempio quella della canna da zucchero, che richiedono quantità d’acqua che in certe aree è sempre stato difficile reperire, per cui, è inevitabile che questa sia destinata a finire. Semplice, no? Non penso ci voglia una laurea in agraria per capirlo, e se ancora uno non è convinto di tale teoria, basta che chieda lumi al primo contadino di passaggio e vedrà che le cose stanno esattamente così. Inutile stare col naso all’insù aspettando le piogge, qui servono interventi manageriali razionali, intesi a calmierare un poco le manie di grandezza di taluni, che come sempre accade vanno a scapito di tutti gli altri. Ma questo è un ragionare da vecchi cow-boys, mentre nelle stanze del potere ci sono inevitabilmente più esperti di finanza, faccendieri e corrotti che saggi zappaterra.
Da cui, le soluzioni che il Governo della WA mette sul tavolo sono essenzialmente due: rifornire l’agricoltura con acqua marina dissalata, spendendo enormi patrimoni pubblici e generando altri gas inquinanti, ed aumentare il prezzo dell’acqua per ridurne i consumi, decisione già inserita nella manovra finanziaria dell’anno prossimo. Per combattere il global warming, secondo Carpenter e soci, non vi sono altre armi. Del resto già si sapeva, in Australia di ridurre la produzione di gas serra non se ne parla proprio, significherebbe dare un colpo al pedale del freno in piena curva per un continente alle prese con una ripresa economica pari a quelle di India e Cina.
“Ma se non diamo modo a quest’acqua di muoversi sul territorio com’è necessario che faccia, il sale continuerà ad avanzare!” Mi fa notare Peter mentre ce ne stiamo sconsolati a guardare il lago Dumbleyung che tira le cuoia, causa un contenuto di nitrati che oltrepassa di molto quello dell’oceano. Peter Coyne, project coordinator della Agritech Smartwater, è un ingegnere che da 6 anni fa il diavolo a quattro per far passare il progetto di riqualificazione della diga di Wellington e la messa in opera di una rete di canali che, sfruttando il gradiente naturale del west australiano da est verso ovest, laverebbero via in breve tempo il sale in eccesso e darebbero acqua a sufficienza per irrigare una bella quantità di terreni. Producendo altresì energia da mettere a disposizione della popolazione e acque purificate, grazie all’ormai noto procedimento di osmosi inversa ottenibile in questo caso senza consumare un solo megawatt di corrente elettrica, in quanto l’energia prodotta dall’acqua proveniente dalla diga oltrepasserebbe senza problemi quella necessaria a tale operazione. Le sue petizioni stanno facendo storia a Perth e dintorni, portandogli consensi che si quantificano in 10.000 lettere di sostegno ricevute ogni mese da parte di comuni cittadini ed esperti del settore di mezzo mondo, e dichiarate antipatie dal versante politico-amministrativo.
Si è già fatto buio da alcune ore quando rientriamo dal giro degli orrori e ci ritroviamo tutti e tre, stanchi e pensierosi, negli uffici della Agritech Smartwater di Victoria Park. Ma le note dolenti non sono finite, perché a questo punto è il turno di Warwick, il quale è ben felice di mostrarmi nel dettaglio i grafici riguardanti le medie annuali delle precipitazioni sul continente australiano degli ultimi 100 anni, una collezione frutto d’un decennio di lavoro dalla quale emerge, in modo indiscutibile, che quaggiù ci piove ne più ne meno di quanto ha sempre fatto, e che la grande bugia sulla siccità australiana è qualcosa di più dell’opinione di un attempato geologo che non sa come ammazzare il tempo.
“Ancora due giorni di pioggia ed anche quest’anno abbiamo raggiunto la media del periodo!” esordisce l’amico geologo mentre sul monitor del computer scorrono tabelle una via l’altra, tutte a ribadire con precisione maniacale che ci troviamo in una fase ciclicamente poco propensa a piogge abbondanti, ma destinata a ristabilirsi com’è sempre avvenuto. Gli credo, e trovo ormai assolutamente irreale poterla pensare diversamente, al cospetto di una simile documentazione!
Ma tutto questo al primo ministro Alan Carpenter sembra non interessare granchè, e facilmente il grande impianto di desalinizzazione di Binningup, la cui realizzazione costerà ai contribuenti 2 miliardi di dollari australiani e quasi altrettanti per il suo mantenimento annuale, vedrà presto la luce, mentre la pioggia continua a cadere, il prezzo dell’acqua a salire, ed il sale si divora la Western Australia.
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12 Giugno 2007

Messaggio

> RTW — Edo @ 09:30

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11 Giugno 2007

L

> RTW — Edo @ 01:38

NEWater Centre - Singapore

Appena sbarchi a Singapore e ti metti alla ricerca di un taxi, comprendi subito che fino a quando non abbandonerai l’isola la tua vita verrà fatta accomodare su due binari tirati a lucido dai quali difficilmente potrai scendere senza chiedere educatamente il permesso, sempre che questo ti venga accordato. Ma ciò non avviene per frenare velleità anarchiche o desideri d’incontrollabile libertà, bensì perché su questo spicchio d’equatore reso vivibile da qualche milione di condizionatori, in questa sorta di Svizzera dove mai avrebbero tollerato l’invenzione d’un formaggio pieno di buchi, vige la certezza che solo attraverso una gestione ordinata dell’esistenza e delle necessità di ognuno, si possono esaudire le esigenze di tutti, ed i risultati paiono confermare l’infallibilità di tale teoria. Non è consentito fermare un auto pubblica a proprio piacimento nel bel mezzo della strada, semplicemente perché ciò sarebbe d’intralcio per le altre autovetture, dal disordine possono nascere pericoli inutili, vi stiamo tutelando, sbagliando si sprecano soldi pubblici, ci si mette in coda alle fermate create appositamente e si attende con fiducia. Questa metropoli non chiede altro che fiducia, per restituirla sotto forma di servizi a favore dei propri cittadini. Ma poi perché reclamare un taxi quando hai a disposizione una rete ferroviaria metropolitana invidiata dal mondo intero per pulizia, tempismo ed efficacia? Già, non ci avevo pensato. Soprattutto non avevo pensato che a Singapore posso smettere di pensare.
Qui la soluzione d’ogni problema viene studiata a tavolino con decenni d’anticipo, ed essendo quella dell’approvvigionamento idrico tra le tribolazioni più urgenti, se non addirittura la più drammatica, le soluzioni da trovare per risolverla dovevano essere di un’efficacia tale da sfiorare il miracoloso, e così è stato: un miracolo chiamato NEWater.
Mesi fa, nel corso della ricerca in rete inerente la crisi idrica in Asia, la mia attenzione era stata catturata dall’immagine di una bottiglietta d’acqua le cui origini mi hanno affascinato come solo certe faccende particolarmente disgustose sanno fare. La descrizione del prodotto non adoperava grandi giri di parole: a Singapore si bevono l’acqua proveniente dai gabinetti! Tutte le acque rilasciate negli scarichi cittadini, domestici e non, finiscono negli impianti della PUB, e diventano NEWater. Acque reflue che tornano come nuove e pronte da bere dal proprio rubinetto. La NEWater non è una bibita che si trova nei supermarket, la NEWater è da qualche tempo l’acqua di Singapore, un bene comune a cui tutti devono aver diritto, punto e basta.
E nell’eventualità la cosa non riuscisse a scalfire lo scetticismo di qualcuno, un link rimandava al sito web del NEWater Visitor Centre, all’interno del quale, illustrate alla perfezione, si potevano ricevere tutte le delucidazioni necessarie. Potevo chiedere di meglio? Dovevo assolutamente entrare in possesso di una di quelle bottiglie per assaggiarne il contenuto, ed ovviamente prenotare una visita al Visitor Centre.
Singapore a quel punto è rientrata di diritto fra le mie destinazioni, e soddisfare le curiosità che dicevo è stato meno complicato del previsto. Ciò che invece mai avrei potuto prevedere, stava nel fatto che, così facendo, sarei stato testimone di una operazione industriale e di marketing che oltrepassa ogni immaginazione, altro che acqua riciclata! Grazie alla PUB, qui a Singapore non solo hanno finito di preoccuparsi del reperimento di acqua potabile per i prossimi 50 anni, quaggiù l’acqua sta per diventare protagonista assoluta, in positivo, nella vita della città.
I progetti in merito sono letteralmente faraonici. Si comincia dall’istruzione nelle scuole indirizzata ad una conoscenza dell’elemento acqua in ogni suo aspetto, ovvero il suo valore, il suo corretto utilizzo, in maniera da avere generazioni di adulti rispettosi e consapevoli in futuro, e si finisce mettendo a disposizione della cittadinanza interi litorali dove sarà possibile, tra pochi, mesi godere del cosiddetto oro blu in ognuno dei suoi più gradevoli aspetti: pic-nic con la famiglia sulle rive di laghi e fiumi, spiagge attrezzate dove prendere la tintarella, pescare, svolgere attività nautiche più disparate come la vela, la canoa, lo sci nautico, e tutto questo in acque limpide e pulite, praticamente ai piedi dei grattacieli, miscelando alta ingegneria e sopraffine architetture con una sapienza a dir poco sconvolgente.
Come mi spiega il Dr. Yap Kheng Guan, Direttore del 3P Network Department, qui hanno messo in pratica la regola delle tre P: pubblico, privato, popolazione. Che non significa come sta avvenendo altrove, mettere le mani su un prodotto tanto indispensabile per poi farne pagare il prezzo a coloro che ne avranno necessità, bensì unire le forze per arrivare ad un prodotto che dovrà costare giustamente il meno possibile, perchè l’acqua è un beneficio naturale, e forse solo chi ne ha affrontato la perdurante scarsità come gli abitanti di questa isoletta è in grado realmente di capirlo. “Noi oggi abbiamo qualcosa da insegnare…” sottolinea il Dr. Yap, “perché continuiamo a voler imparare.”
Il primo sentimento che ho provato lasciando questo vero e proprio Tempio della purificazione, dopo due giornate trascorse a fare domande e registrare immagini, devo ammettere che è stato di invidia allo stato puro, associata al dispiacere di non potervi trascorrere qualche giornata in più per vedere la conclusione di simili progetti, davvero unici al mondo. Ma dopo tante settimane spese ad accumulare pessime aspettative, quantomeno me ne vado da Singapore con la certezza che ancora vi siano valide soluzioni da mettere in tavola, una tavola dove una volta tanto i bicchieri mi appaiono mezzi pieni.
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