15 Giugno 2007

Warwick,

> RTW — Edo @ 07:51

warwick&peterwheatbelt1

Western Australia - Giugno 2007
Come può preoccuparsi di acqua un popolo che beve tutt’altro?
Nel lunghissimo elenco di bevande che gli australiani usano per dissetarsi, che oltre alle già note etichette assomma veri e propri intrugli di cui non sto nemmeno qui a riportarvi il contenuto, l’acqua intesa come tale, senza coloranti e dolcificanti, rappresenta senza dubbio l’ultima voce. Impossibile sorprendere uno che ne beva a sorsate, in tavola come per strada, credetemi.
A riprova di ciò, vi dico che appena giunto al Comfort Hostel di Belmont, sobborgo a circa 6 chilometri da Perth, ho chiesto alla receptionist se avesse una bottiglia di banale acqua da vendermi, ricevendo fra le mani un litro di ottima minerale, frizzante, e per di più italiana, quella rosso stellata che sgorga dalle valli bergamasche. “Ne ho un paio di scatoloni nel retro, non piace a nessuno, se ne vuoi altra fammi sapere…” senza neppure chiedermi i due dollari che avrei pagato la bibita caramellata che zeppava il dispenser alle mie spalle. Splendido! Il primo regalo che ricevo in questa mio viaggio assetato, mi sono detto, realizzando immediatamente dopo, che la relazione instauratasi ultimamente tra il prezioso solvente universale e questo popolo non deve certo essere delle più amorevoli. Ma mi sbagliavo. Nei fatti, qui di acqua magari se ne beve poca, ma se ne parla e se ne parla davvero tanto. È sufficiente aprire un quotidiano, una pagina vale l’altra, per rendersi conto di quanto tale elemento, oltre a costare ormai come la benzina, ne stia assumendo le medesime proprietà detonanti. A preoccupare non è tanto l’eventualità di potersi ritrovare presto senza nulla da bere, sul fatto che nessuno si disseti con l’acqua non mi sbagliavo, e vagli a far capire che senza la materia prima è impossibile produrre i golosi liquidi ad essa preferiti, quanto di non poterla più utilizzare per lavare l’auto, innaffiare il prato e, soprattutto, irrigare le coltivazioni. Motivo? La pioggia, che a detta di Governo, climatologi e sudditanze varie come organi di stampa e televisione, ha smesso di bagnare il sud australiano e difficilmente tornerà a farlo per un bel pezzo. Global warming? Esatto. Ecco la parolina magica che da una parte pare piacere tanto al Primo Ministro della Western Australia, Alan Carpenter, mentre dall’altra sta facendo infuriare un fronte di attivisti e cittadini sempre più numeroso e compatto, che alla storia delle piogge in rarefazione ci crede poco niente.
Qualche mese fa, curiosando fra gli articoli riguardanti un libro intitolato The Weather Makers, giudicato un best-seller dalla critica d’oltreoceano ma che altro non è se non una sorta di manualetto infarcito di banalità sui mutamenti climatici scritto da un antropologo di Sidney, tale Tim Flannery, mi è balzata all’occhio l’unica riflessione in totale disaccordo in mezzo a tanti elogi. Parole dure secondo le quali, dati alla mano, questa faccenda della rapida desertificazione del meridione australiano è una gigantesca fandonia della quale Flannery è fra i tanti portavoce, firmato Warwick Hughes, un geologo esperto di clima ai ferri corti con le autorità politiche locali ormai da anni. Tramite lui ho conosciuto Peter Coyne, e ieri, con Peter e Warwick, ho percorso circa 800 chilometri per andare a verificare di persona quanto sta accadendo in questo angolo di pianeta: una vera catastrofe ambientale.
Nel wheatbelt australiano, che è un’immensa fascia di continente in cui si concentrano le più estese e ricche coltivazioni di cereali, ortaggi e uva, oltre ad allevamenti di bestiame a perdita d’occhio, vuoi per l’utilizzo spropositato che se ne fa in agricoltura, vuoi per una poco attenta gestione del territorio, l’acqua ha quasi smesso di scorrere come ha sempre fatto, lasciandosi alle spalle, evaporando, delle quantità di sale tali da cuocere i terreni al ritmo di 100 ettari al giorno, ovvero circa 40.000 ettari ogni anno. Un procedere inesorabile che senza adeguate soluzioni lascerà molto presto il Paese a masticare alluminio ed uranio anzichè pane e carne, mettendo sul lastrico intere generazioni di coltivatori e allevatori. Il sale, trasportato dai venti occidentali che carezzano l’oceano Indiano, si deposita da sempre sulle praterie del sudest, ma un uso meno famelico dei sistemi di irrigazione ne aveva sempre consentito lo smaltimento in oceano lungo i corsi naturali di fiumi e avvallamenti. Oggi l’agricoltura produce a velocità sempre maggiori e sempre di più ci si indirizza su coltivazioni, come ad esempio quella della canna da zucchero, che richiedono quantità d’acqua che in certe aree è sempre stato difficile reperire, per cui, è inevitabile che questa sia destinata a finire. Semplice, no? Non penso ci voglia una laurea in agraria per capirlo, e se ancora uno non è convinto di tale teoria, basta che chieda lumi al primo contadino di passaggio e vedrà che le cose stanno esattamente così. Inutile stare col naso all’insù aspettando le piogge, qui servono interventi manageriali razionali, intesi a calmierare un poco le manie di grandezza di taluni, che come sempre accade vanno a scapito di tutti gli altri. Ma questo è un ragionare da vecchi cow-boys, mentre nelle stanze del potere ci sono inevitabilmente più esperti di finanza, faccendieri e corrotti che saggi zappaterra.
Da cui, le soluzioni che il Governo della WA mette sul tavolo sono essenzialmente due: rifornire l’agricoltura con acqua marina dissalata, spendendo enormi patrimoni pubblici e generando altri gas inquinanti, ed aumentare il prezzo dell’acqua per ridurne i consumi, decisione già inserita nella manovra finanziaria dell’anno prossimo. Per combattere il global warming, secondo Carpenter e soci, non vi sono altre armi. Del resto già si sapeva, in Australia di ridurre la produzione di gas serra non se ne parla proprio, significherebbe dare un colpo al pedale del freno in piena curva per un continente alle prese con una ripresa economica pari a quelle di India e Cina.
“Ma se non diamo modo a quest’acqua di muoversi sul territorio com’è necessario che faccia, il sale continuerà ad avanzare!” Mi fa notare Peter mentre ce ne stiamo sconsolati a guardare il lago Dumbleyung che tira le cuoia, causa un contenuto di nitrati che oltrepassa di molto quello dell’oceano. Peter Coyne, project coordinator della Agritech Smartwater, è un ingegnere che da 6 anni fa il diavolo a quattro per far passare il progetto di riqualificazione della diga di Wellington e la messa in opera di una rete di canali che, sfruttando il gradiente naturale del west australiano da est verso ovest, laverebbero via in breve tempo il sale in eccesso e darebbero acqua a sufficienza per irrigare una bella quantità di terreni. Producendo altresì energia da mettere a disposizione della popolazione e acque purificate, grazie all’ormai noto procedimento di osmosi inversa ottenibile in questo caso senza consumare un solo megawatt di corrente elettrica, in quanto l’energia prodotta dall’acqua proveniente dalla diga oltrepasserebbe senza problemi quella necessaria a tale operazione. Le sue petizioni stanno facendo storia a Perth e dintorni, portandogli consensi che si quantificano in 10.000 lettere di sostegno ricevute ogni mese da parte di comuni cittadini ed esperti del settore di mezzo mondo, e dichiarate antipatie dal versante politico-amministrativo.
Si è già fatto buio da alcune ore quando rientriamo dal giro degli orrori e ci ritroviamo tutti e tre, stanchi e pensierosi, negli uffici della Agritech Smartwater di Victoria Park. Ma le note dolenti non sono finite, perché a questo punto è il turno di Warwick, il quale è ben felice di mostrarmi nel dettaglio i grafici riguardanti le medie annuali delle precipitazioni sul continente australiano degli ultimi 100 anni, una collezione frutto d’un decennio di lavoro dalla quale emerge, in modo indiscutibile, che quaggiù ci piove ne più ne meno di quanto ha sempre fatto, e che la grande bugia sulla siccità australiana è qualcosa di più dell’opinione di un attempato geologo che non sa come ammazzare il tempo.
“Ancora due giorni di pioggia ed anche quest’anno abbiamo raggiunto la media del periodo!” esordisce l’amico geologo mentre sul monitor del computer scorrono tabelle una via l’altra, tutte a ribadire con precisione maniacale che ci troviamo in una fase ciclicamente poco propensa a piogge abbondanti, ma destinata a ristabilirsi com’è sempre avvenuto. Gli credo, e trovo ormai assolutamente irreale poterla pensare diversamente, al cospetto di una simile documentazione!
Ma tutto questo al primo ministro Alan Carpenter sembra non interessare granchè, e facilmente il grande impianto di desalinizzazione di Binningup, la cui realizzazione costerà ai contribuenti 2 miliardi di dollari australiani e quasi altrettanti per il suo mantenimento annuale, vedrà presto la luce, mentre la pioggia continua a cadere, il prezzo dell’acqua a salire, ed il sale si divora la Western Australia.
wheatbelt2wheatbelt3

–>

12 Giugno 2007

Messaggio

> RTW — Edo @ 09:30

–>

11 Giugno 2007

L

> RTW — Edo @ 01:38

NEWater Centre - Singapore

Appena sbarchi a Singapore e ti metti alla ricerca di un taxi, comprendi subito che fino a quando non abbandonerai l’isola la tua vita verrà fatta accomodare su due binari tirati a lucido dai quali difficilmente potrai scendere senza chiedere educatamente il permesso, sempre che questo ti venga accordato. Ma ciò non avviene per frenare velleità anarchiche o desideri d’incontrollabile libertà, bensì perché su questo spicchio d’equatore reso vivibile da qualche milione di condizionatori, in questa sorta di Svizzera dove mai avrebbero tollerato l’invenzione d’un formaggio pieno di buchi, vige la certezza che solo attraverso una gestione ordinata dell’esistenza e delle necessità di ognuno, si possono esaudire le esigenze di tutti, ed i risultati paiono confermare l’infallibilità di tale teoria. Non è consentito fermare un auto pubblica a proprio piacimento nel bel mezzo della strada, semplicemente perché ciò sarebbe d’intralcio per le altre autovetture, dal disordine possono nascere pericoli inutili, vi stiamo tutelando, sbagliando si sprecano soldi pubblici, ci si mette in coda alle fermate create appositamente e si attende con fiducia. Questa metropoli non chiede altro che fiducia, per restituirla sotto forma di servizi a favore dei propri cittadini. Ma poi perché reclamare un taxi quando hai a disposizione una rete ferroviaria metropolitana invidiata dal mondo intero per pulizia, tempismo ed efficacia? Già, non ci avevo pensato. Soprattutto non avevo pensato che a Singapore posso smettere di pensare.
Qui la soluzione d’ogni problema viene studiata a tavolino con decenni d’anticipo, ed essendo quella dell’approvvigionamento idrico tra le tribolazioni più urgenti, se non addirittura la più drammatica, le soluzioni da trovare per risolverla dovevano essere di un’efficacia tale da sfiorare il miracoloso, e così è stato: un miracolo chiamato NEWater.
Mesi fa, nel corso della ricerca in rete inerente la crisi idrica in Asia, la mia attenzione era stata catturata dall’immagine di una bottiglietta d’acqua le cui origini mi hanno affascinato come solo certe faccende particolarmente disgustose sanno fare. La descrizione del prodotto non adoperava grandi giri di parole: a Singapore si bevono l’acqua proveniente dai gabinetti! Tutte le acque rilasciate negli scarichi cittadini, domestici e non, finiscono negli impianti della PUB, e diventano NEWater. Acque reflue che tornano come nuove e pronte da bere dal proprio rubinetto. La NEWater non è una bibita che si trova nei supermarket, la NEWater è da qualche tempo l’acqua di Singapore, un bene comune a cui tutti devono aver diritto, punto e basta.
E nell’eventualità la cosa non riuscisse a scalfire lo scetticismo di qualcuno, un link rimandava al sito web del NEWater Visitor Centre, all’interno del quale, illustrate alla perfezione, si potevano ricevere tutte le delucidazioni necessarie. Potevo chiedere di meglio? Dovevo assolutamente entrare in possesso di una di quelle bottiglie per assaggiarne il contenuto, ed ovviamente prenotare una visita al Visitor Centre.
Singapore a quel punto è rientrata di diritto fra le mie destinazioni, e soddisfare le curiosità che dicevo è stato meno complicato del previsto. Ciò che invece mai avrei potuto prevedere, stava nel fatto che, così facendo, sarei stato testimone di una operazione industriale e di marketing che oltrepassa ogni immaginazione, altro che acqua riciclata! Grazie alla PUB, qui a Singapore non solo hanno finito di preoccuparsi del reperimento di acqua potabile per i prossimi 50 anni, quaggiù l’acqua sta per diventare protagonista assoluta, in positivo, nella vita della città.
I progetti in merito sono letteralmente faraonici. Si comincia dall’istruzione nelle scuole indirizzata ad una conoscenza dell’elemento acqua in ogni suo aspetto, ovvero il suo valore, il suo corretto utilizzo, in maniera da avere generazioni di adulti rispettosi e consapevoli in futuro, e si finisce mettendo a disposizione della cittadinanza interi litorali dove sarà possibile, tra pochi, mesi godere del cosiddetto oro blu in ognuno dei suoi più gradevoli aspetti: pic-nic con la famiglia sulle rive di laghi e fiumi, spiagge attrezzate dove prendere la tintarella, pescare, svolgere attività nautiche più disparate come la vela, la canoa, lo sci nautico, e tutto questo in acque limpide e pulite, praticamente ai piedi dei grattacieli, miscelando alta ingegneria e sopraffine architetture con una sapienza a dir poco sconvolgente.
Come mi spiega il Dr. Yap Kheng Guan, Direttore del 3P Network Department, qui hanno messo in pratica la regola delle tre P: pubblico, privato, popolazione. Che non significa come sta avvenendo altrove, mettere le mani su un prodotto tanto indispensabile per poi farne pagare il prezzo a coloro che ne avranno necessità, bensì unire le forze per arrivare ad un prodotto che dovrà costare giustamente il meno possibile, perchè l’acqua è un beneficio naturale, e forse solo chi ne ha affrontato la perdurante scarsità come gli abitanti di questa isoletta è in grado realmente di capirlo. “Noi oggi abbiamo qualcosa da insegnare…” sottolinea il Dr. Yap, “perché continuiamo a voler imparare.”
Il primo sentimento che ho provato lasciando questo vero e proprio Tempio della purificazione, dopo due giornate trascorse a fare domande e registrare immagini, devo ammettere che è stato di invidia allo stato puro, associata al dispiacere di non potervi trascorrere qualche giornata in più per vedere la conclusione di simili progetti, davvero unici al mondo. Ma dopo tante settimane spese ad accumulare pessime aspettative, quantomeno me ne vado da Singapore con la certezza che ancora vi siano valide soluzioni da mettere in tavola, una tavola dove una volta tanto i bicchieri mi appaiono mezzi pieni.
NEWater-screenshot

–>

8 Giugno 2007

Messaggio

> RTW — Edo @ 21:43

–>

7 Giugno 2007

Cambogia

> RTW — Edo @ 23:36

Re Sihamoni sul Cambodia Weekly Re Sihamoni sul Phnom Penh Post

Mr. Nut Sam Ath, Tuk Tuk and Car Driver, licenza N.1924. Trascorrendo un intero pomeriggio in sua compagnia al Villaggio Culturale di Siem Reap, dal quale non sarebbe più uscito da tanto si è divertito, ho imparato di più sulla Cambogia che non sfogliando quotidiani per una settimana. È stato sufficiente chiedergli un’opinione sul monarca Sihamoni, per scoprire che Sam Ath aveva una gran voglia di parlare di questo Paese e dei suoi infiniti problemi. La mia domanda è stata dettata dal fatto che si festeggiava in quei giorni il 56esimo compleanno dell’erede di papà Sihanouk, e la sua faccetta sorrideva in ogni angolo della cittadina, per non parlare della costante apparizione sulla prima pagina dei giornali locali, accompagnata da sperticati elogi e citazioni, come quella apparsa sul Cambodia Weekly da cui estraggo il seguente delirio: “la Cambogia senza un Re è paragonabile a una nave da guerra - chissà che c’entra la guerra… - senza il comandante! Un sentimento chiaramente espresso dall’articolo 4 della Costituzione che enuncia il nostro motto: Nazione, Religione, Re! Con il quale io concordo di tutto cuore!” Conclude il giornalista Hang Sun Keng. La pagina dopo raccontava d’espropri di interi territori con tanto di fucile puntato, sottrazioni forzate che lasceranno nell’indigenza più cupa intere famiglie di contadini.
Accidenti dico io! Ma la penseranno realmente tutti così? Di certo non la pensa così l’umile lavoratore Sam Ath.
“Non mi piacciono questi politici, non li odio, io sono buddista e non odio nessuno, ma questi qua non mi piacciono per niente. Sono corrotti fino al midollo! Il Re non ha poteri governativi e se ne guarda bene dall’intromettersi…”
Sam faceva il poliziotto a Phnom Pehn, l’ha fatto per quattro anni, a 60 dollari al mese, una paga che costringeva lui ed i suoi colleghi, come avviene tutt’ora, ad arrotondare rifacendosi sui cittadini inventandosi infrazioni per intascarsi le multe conseguenti. “I salari troppo bassi stanno all’origine di tutti i nostri guai. Voglio vivere inestamente - prosegue Sam - e questo modo di intendere il proprio dovere non fa per me. Allora sono tornato nella città dove sono nato, Battambang, ho sostenuto gli esami di abilitazione e sono andato a fare l’insegnante, a 30 chilometri da casa, pagato poco quanto prima. Ogni mattina mi alzavo alle 4 e mezza e partivo con la mia bicicletta. Così per tre anni, di ruolo alle scuole primarie. Fino a che un’auto mi ha speronato mandandomi come un sacco nel fosso, e all’ospedale per tre mesi, con la testa rotta e senza quasi più un dente in bocca. Quelli che vedi me li hanno reimpiantati a Phnom Penh. Non avessi avuto il sostegno dei miei familiari sarei uscito completamente rovinato da questa storia. Solo per la diaria ospedaliera ci vogliono 100 dollari al mese…” Ci sediamo ad un tavolino del Villaggio a prendere una bibita ed una tregua da un sole che incendia i capelli, ma prego Sam di proseguire col racconto. “Chi stava al volante se l’è data a gambe, e la polizia venuta a soccorrermi sapevo bene che sarebbe stata in grado di acciuffarlo solo se avessi pagato, ovviamente. A quel punto ho chiuso anche con il mio ruolo d’insegnante. Troppo deprimente. Vi vedevo accadere le stesse cose che avevo visto a fare il poliziotto. Sempre per il medesimo motivo: stipendi da fame. Cosa che sfianca gli insegnanti e rovina gli studenti! La lavagna non è nemmeno presa in considerazione. Una volta alla settimana si consegnano agli alunni un bel numero di fotocopie, a pagamento, per cui se non hai i soldi non sai cosa studiare, e tanti saluti! Un metodo perfetto per non fargli imparare nulla e lasciare questo Paese nella sua ignoranza. Guarda, lavorerò il doppio ma mia figlia - una bimba stupenda della quale mi mostra una foto - la voglio iscrivere a una scuola privata…”
Oggi a fare il driver di Tuk Tuk, Sam Ath nella stagione alta guadagna 500 dollari al mese, sua moglie da alcune settimane ha trovato impiego in un orfanotrofio di Siem Reap e porta a casa 80 dollari, quanto basta perché la loro figliola possa studiare e magari trovare un lavoro dignitoso presso uno dei tanto 5 stelle della città, meglio che niente, alla faccia di corruttori e corrotti.
Questa Cambogia one dollar sta tirando fuori gli artigli per sopravvivere, mi chiedo quanto potrà durare. Prima di lasciarci gli prometto che tornerò a cercarlo uno dei prossimi anni.
“Sarei felice tu tornassi a trovarmi un giorno o l’altro!” Mi dice Sam con un sorriso. “Magari sarò riuscito a comprarmi un taxi e allora prometto che ti porto fino a Phnom Penh, mi paghi solo la benzina!”
L’indirizzo è: n_samath@yahoo.com, se trovate un minuto scrivetegli due righe, dite che avete avuto il suo indirizzo da Edo, l’italiano con la videocamera, sono certo gli farete un grande regalo e gli darete un poco di coraggio in più per tenere duro, ne avrà bisogno.
Quel pomeriggio i problemi dell’acqua sono passati in secondo piano.
nutsamath

–>

4 Giugno 2007

Messaggio

> RTW — Edo @ 18:02

–>

31 Maggio 2007

Cambogia

> RTW — Edo @ 22:29

floating-kids
floating-boat

Tonle Sap Lake - Questo popolo della acque mi ha contagiato. Non riesco dal togliermi dalla testa i loro volti, gli sguardi sicuri, i gesti misurati che tanto amo di chi si trova a convivere con un mondo liquefatto. Mi viene difficile illustrare chiaramente ciò che provo in mezzo a loro. Standomene ad osservare questa gente tuffarsi in acque dove noi occidentali non bagneremmo un alluce avverto un senso di sconfitta personale, alla quale si sovrappone il fascino suscitato dall’invadenza allegra con cui i bambini ti circondano armati di banane per riuscire a strapparti un miserabile dollaro, e la loro felicità senza pari quando riescono a spuntarla. Mi sento testimone di qualcosa di sovrannaturale. Il minimalismo primordiale delle abitazioni galleggianti, null’altro che ripari dove la natura ha libero accesso, mi sbatte in faccia una forza ed una predisposizione alla sopravvivenza che io, uomo progredito del ventunesimo secolo non ho più. In mezzo a questo paradisiaco inferno vorrei sentirmi a mio agio, lo vorrei con tutto il mio cuore, ma non ci riesco. Umiliato dagli umili, invidioso di chi certo non mi invidia.
Hello banana one dollar! Ecco cosa dovrei fare, salire a bordo di queste moribonde canoe ed in buona compagnia aggiungermi al coro: hello banana one dollar! per vedere se mi riesce di sperimentare la stessa gioia di vivere circondato da quello che credevo rasentasse la morte. Niente acqua corrente, l’energia elettrica fornita da batterie di qualche defunto automezzo, l’orticello che galleggia sotto la finestra, legna e padelle che seccano al sole, un pavimento d’assi ed un infinito mare color cioccolato intorno, a cui non daresti due centesimi di fiducia, ma dalla quale loro, l’inaffondabile popolo del Tonle Sap riesce a sfoderare, come dal cappello a cilindro di un vecchio mago, il pesce necessario a sfamare la famiglia, che qui in Cambogia è un già un lusso mica da niente.
In questa stagione il lago tocca il suo livello più basso, non più d’un metro di profondità. Le piene monsoniche ricominceranno a gonfiarlo tra un mese o due, quando la superficie sommersa salterà dagli attuali 3000 chilometri quadrati a 15.000, portandosi appresso qualche centinaio di tonnellate di pesci gatto, enormi, guizzanti, rilucenti e benedetti. Le acque nel contempo s’alzeranno di parecchi metri, otto, dieci, riconquistando il territorio ora inaridito dal sole rovente, e le capanne lungo la strada, i torpedoni zeppi di turisti, dollari e macchine fotografiche sfolleranno lontani, a nord. A quel punto per i 300.000 abitanti del villaggio galleggiante, tornati nel loro sacrosanto isolamento, sarà ancora una volta festa grande. Già, ma ancora per quanto? Una settimana fa il Cambodia Weekly denunciava lo sterminio di 50 tonnellate di pesce dovuto ai veleni scaricati da un’azienda di tessuti nelle vicinanze, una disgrazia in più fra le tante che flagellano un’area assetata di benessere, un trafiletto in quarta pagina offuscato dagli espropri dei terreni rurali, anestetizzato dall’ennesima celebrazione a Sua Maestà Sihamoni. Ma i problemi d’inquinamento sono ancora poca cosa, una tirata d’orecchie ai responsabili e si ricomincia, come accade ovunque da che mondo è mondo. Il dramma vero si annida nel fatto che in questo grande lago tanto torbido quanto generoso, sta venendo a mancare un ospite fondamentale, sempre lui: il Mekong. Il rifornimento idrico di questa regione è regolato, secolarmente, da un andamento delle acque singolare e delicato, una concatenazione naturale di vasi comunicanti che senza la devastante potenza del Mekong non può sopravvivere. Una volta all’anno il grande fiume asiatico agisce da muscolo cardiaco per il lago Tonle Sap, spingendovi all’interno una buona parte delle sue piene dirette al vicino delta, in una risalita verso nord che ha del miracoloso. A quel punto il Tonle Sap, a propria volta, può cedere nuova linfa al fiume Siem Reap, riempire le reti di mezza Cambogia, e restituire come un buon fratello le acque in eccesso al grande fiume, che potrà disperderle in mare con la coscienza in ordine.
Questo accadeva fino a pochi anni fa. Oggi il Mekong è un fiume stanco, una vena che qui, sul finire del proprio percorso, giunge lacerata, prosciugata dal riscaldamento climatico, sfiancata dai prelievi cinesi, spremuta dalla guerra ai blackout vietnamiti, un viaggiatore che dopo secoli di regali per tutti, si presenta alle palafitte del villaggio con le tasche mezze vuote. Dal 1997 l’UNESCO, nell’ambito del suo programma intitolato Man and Biosphere, ha dato vita alla Tonle Sap Biosphere Reserve (TSBR), il cui scopo è tutelare un patrimonio altrimenti destinato come tanti altri all’estinzione. I risultati non paiono troppo confortanti, ma quantomeno la consapevolezza dell’importanza che il lago ricopre per questo territorio ha assunto dei connotati ufficiali, sperando che a trarne beneficio non siano solo i turisti in visita ai templi e coloro che grazie al boom turistico gonfiano il proprio conto corrente.
Nel concreto, rimane fuori da ogni dubbio che senza risolvere i problemi a monte, non sarà mettendo sotto la lente quelli accumulatisi a valle che salveremo capra e cavoli, pesci e pescatori alla corte de Re, dove tutto ancora si compra con un biglietto da un dollaro.
Ancora una volta la mia Via della Sete mi ha condotto in un luogo dove la natura sta cedendo il posto a comitati d’esperti, monitoraggi, progetti a lungo termine. Ci sarebbe di che amareggiarsi se non fosse per i piccoli del villaggio intorno a me che ridono, litigano, giocano sulle canoe bucate cercando di capire se questo signore coi capelli imbiancati e l’occhiale da sole ha voglia di mangiarsi un’altra zuccherosa banana. Non posso rispondere al loro sorriso con un’espressione malinconica, e allora penso che c’è ancora tanta vita sul Tonle Sap, un ecosistema pieno di vita ed un briciolo di speranza, e rido anch’io.
Hello banana one dollar! Fatemi salire a bordo. Voglio guardare coi vostri occhi il paradiso di cioccolato prima che sia troppo tardi, annegarvici la mia inutilità, mettermi al suo capezzale per un’ultima, riconoscente carezza. Di banane ne ho le tasche piene.
floating-house

–>

25 Maggio 2007

Ad

> RTW — Edo @ 09:40

Bridge in Hanoi

Se c’è una cosa irrealizzabile qui ad Hanoi, penso sia convincere un vietanmita a togliere i piedi dall’acqua. È sufficiente osservare la mappa cittadina per rendersi conto di quanto le risorse idriche ricoprano un ruolo predominante nella vita di questo angolo di VietNam. Nel solo centro urbano arrivo a contare 30 bacini di varie dimensioni, fra i quali spiccano il grande Tay Ho Lake e le due principali attrazioni della città: il Bay Mau Lake e lo Hoan Kiem Lake, sulle cui sponde il popolo di Hanoi è solito socializzare e cercare un poco di sollievo dal rovente caldo estivo.
A differenza dell’India, dove seppure tradizionalmente consci del valore di tale elemento nel teorico, lo si rispetta poco nei fatti, qui le acque ci si impegna a mentenerle il più possibile pulite, tramite interventi e con risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Basti osservare le operazioni di manutenzione dei laghi cittadini compiute al tramonto o, ancor più banalmente, il crescere fitto e rigoglioso del riso sopra specchi d’acqua limpida, perché qui il riso è vita, e va da sé che lo si voglia allevare in buona salute. Oltre a ciò, come accade quasi ovunque, anche in questi luoghi è sempre stata una buona norma erigere templi e tempietti negli anfratti più suggestivi e silenziosi, le colline sono distanti e allora dove se non nel quieto riparo offerto da un lago? Ecco che acqua e misticismo tornano ancora una volta ad incrociare i loro destini, stavolta con risultati assai più entusiasmanti, igienici, vicini alle tradizioni di casa nostra. Il rispetto di un luogo di culto non può prescindere dal rispetto dell’area che questo occupa, concetto elementare che l’esperienza indiana mi aveva fatto perdere di vista.
Hanoi, la traduzione del suo nome ce lo ricorda (Ha sta per fiume, Noi significa all’interno), è praticamente una “città dentro il fiume”. La sua edificazione ebbe origine sulle paludi che il Fiume Rosso, educato e generoso come un buon vietnamita, mise a disposizione della popolazione il giorno che decise di farsi da parte, offrendo ai primi insediamenti che ne conseguirono un vero ben di Dio per le coltivazioni e l’approvvigionamento idrico, un regalo in cui questi laboriosi siamesi si tuffarono letteralmente, per non uscirne più.
Oggi, nelle grandi metropoli del VietNam, questo atteggiamento di devota gratitudine sta un poco venendo meno e l’inquinamento di laghi e fiumi, d’origine prevalentemente industriale, ha cominciato ad incrinare l’antico rapporto di fiducia reciproca tra l’uomo ed il prezioso liquido. Nulla di cui scandalizzarsi granchè. Considerando che stiamo parlando di agglomerati urbani con una popolazione che va dai 4 milioni di Hanoi agli 11 di Phnom Penh, illudersi di dissetarsi a sorsate da uno stagno cittadino sarebbe davvero troppo. Tuttavia, basta spostarsi di qualche chilometro per osservare, e l’ho fatto personalmente, come i canali d’irrigazione delle risaie siano ancora in grado di elargire grandi quantità di pesce e ottima acqua, che i contadini non disdegnano di bere attingendola direttamente dal suo pacifico persorso, in uno scenario incantevole. Posso io non innamorarmi d’un posto simile? Dove ancora gli abitanti prediligono un’ora di silenzioso remo a 10 minuti di motore? Al cospetto di un’anziana contadina che mi propone l’acquisto di un succulento melone, rivestita d’un pigiama in seta color tabacco decorato da bottoncini in argento cesellato, mi domando come sia stato pensabile fare a questo popolo una guerra tanto crudele.
Parentesi idilliache a parte, quello che al momento sta generando le maggiori apprensioni ai vertici governativi ed economici del Paese, riflettendosi naturalmente sulla popolazione, è la crescente domanda di energia elettrica dovuta all’esplosione demografica e produttiva in corso, ed in ciò sua maestà l’acqua torna a giocare un ruolo da vera protagonista.
“Questa Nazione è vittima del suo successo!” stigmatizza Richard Spencer, esperto in problemi energetici del World Bank’s Hanoi Office, “ma tutto questo rientra nelle urgenze tipiche dei Paesi con una crescita economica tanto rapida.”
La domanda di fornitura elettrica cresce del 15% ogni anno, e in un territorio che conta 84 milioni di abitanti la presenza di impianti di produzione energetica è ancora insufficiente, secondo la World Bank. A questo già preoccupante quadro si aggiunge, inquietando non poco, il declino idrico del Fiume Rosso, che quest’anno ha toccato il livello più basso negli ultimi cento anni, vuoi per lo scarso supporto dei nevai tibetani, vuoi altresì per la lesta intromissione del Governo cinese, che a fronte di un’altrettanto allarmante penuria di fonti energetiche ha pensato bene di piazzare una bella quantità di dighe sul tratto di Mekong di propria pertinenza, disattendendo le comuni regole del diritto ripario, sulla cui applicazione sistematica bisogna riconoscere che l’India non ha rivali: non è ammissibile far valere un diritto di proprietà sull’acqua, ovunque essa scorra.
Ne deriva che le turbine vietnamite stanno per rimanere all’asciutto. Risultato? Ad Hanoi i blackouts sono diventati una costante quotidiana, infilandosi come il classico bastone nelle ruote alla sua crescita economica. L’acqua, da generatrice di ricchezza a fonte di guai, mentre all’orizzonte torna a distendere la propria ombra l’unica alternativa possibile, il nucleare, anche se la realizzazione delle prima centrale non sarà portata a termine prima del 2015. E nel frattempo? Sono persuaso che il VietNam proseguirà, fiero e paziente, nell’ingegnarsi in attesa di tempi migliori, continuando certamente a contare sull’amichevole generosità dei propri fiumi e attendendo, come racconta la più famosa leggenda locale, che la grande tartaruga discenda ancora una volta nelle profondità dello Hoan Kiem Lake a recuperare la spada sacra, sconfiggendo il malevolo destino.
Adoro questa magnifica gente, ma personalmente preferisco sperare che le nevi ritornino presto a seppellire le vette himalayane, ed i cinesi passino ad una gestione delle risorse più democratica. O finirò anch’io per confidare nella sacra tartaruga?
Rowing in rice fields

–>

13 Maggio 2007

Per

> RTW — Edo @ 02:33

Me and Mr. A. Ramakrishna

Discutere di risorse idriche con Mr. A. Ramakrishna è come consultare un trattato d’ingegneria idraulica applicata al territorio. Sull’argomento acqua questo straordinario personaggio dal sorriso affabile ed i modi eleganti ha le idee molto chiare, e non c’è progetto passato, presente e futuro di cui egli non conosca i minimi dettagli e non te li descriva, metro per metro, litro per litro. Grazie ad un acume ed una professionalità fuori dall’ordinario, in 12 anni al timone della Larsen & Tourbro, la più solida e rinomata Compagnia di costruttori dell’intera India, Mr. AR, come lo hanno affettuosamente battezzato i suoi collaboratori, è arrivato ad incrementare il fatturato del gruppo di ben 15 volte, e nonostante una moneta ancora piuttosto debole, stiamo parlando di cifre da capogiro. Oggi nel sub-continente indiano non esiste opera avveniristica che non sia firmata dalla L&T e dalla consociata ECC: ospedali, shopping centers, aeroporti, autostrade, università, stadi, interi quartieri, tutti progettati con una cura del particolare ed una ricerca stilistica da avergli fatto collezionare qualche decina di riconoscimenti internazionali, per non parlare dei tempi di consegna: ineguagliabili. Tre mesi e mezzo per realizzare l’aeroporto di Puttaparthi, un anno e tre mesi per iniziare e portare a termine, nell’Andra Pradesh, la costruzione del più maestoso ospedale io abbia mai visto, ribattezzato Il Tempio della Guarigione. Vista la sua somiglianza con la basilica di S. Pietro, piazza compresa, la definizione calza a pennello.
“Quando è nata la L&T, 62 anni fa, il nostro motto identificativo era Costruttori per la Nazione, oggi lo stiamo mutando in Costruttori della Nazione!”
Ascoltando le parole di Ramakrishna, ecco che l’idea di un’India destinata a diventare prima potenza economica del pianeta comincia a prendere corpo. Ma veniamo al motivo per cui sono capitato a sedermici di fronte.
Non è un caso, che attualmente in cima agli interessi di questo colosso delle costruzioni ci sia l’acqua e tutto quanto orbita intorno alla sua movimentazione. La posta in gioco è ovviamente enorme, ma se a qualcuno dovesse sorgere il sospetto che ciò sia dovuto alla sola smania di fama e ricchezza, se lo levi pure dalla testa, qui siamo in India, il luogo dove sui beni materiali ancora prevale lo spirito. Poco credibile? Allora per fare giustamente chiarezza è bene io compia un doveroso passo indietro, cominciando dal fatto che sono arrivato a Ramakrishna tramite la Sathya Sai Trust, ovvero l’organizzazione con sedi in tutto il mondo alla quale fa capo il celeberrimo swami Sai Baba. Avete presente quell’omino in odore di santità con un grande cespuglio di capelli neri a fargli da copricapo, che materializza nuvolette di cenere dalle mani, vestito dall’immancabile saari arancio? Lui. Non tramite il “reincarnato” personalmente, certo, ma grazie alla mediazione della squisita signora Alida Parkes, portavoce della SST in Italia, senza il cui supporto ogni velleità cronistica attinente i generosi progetti dello swami nel settore di mia pertinenza, sarebbe finita anch’essa in cenere.
Curiosando su internet da casa mia, un paio di mesi prima della partenza, ho letteralmente sussultato dinanzi ad un titolo che mi corrispondeva alla perfezione: Togliere la sete! È da questa laconica ma basilare illuminazione, avuta da Sai Baba in gioventù, che prende il via uno dei progetti idrici più ambiziosi che l’India abbia mai preso in considerazione, la cui realizzazione è finita inevitabilmente nelle mani di coloro che, più d’altri, di grandi opere se ne intendono: la Larsen & Tourbro, il cui Presidente uscente ha accettato senza incertezze, e con una cortesia tipica di questi luoghi, di rilasciarmi un’intervista. Come immagino starà capitando a chi mi sta leggendo, anch’io ho banalmente pensato all’inestimabile quantità di soldi che la SST avrà sborsato nelle casse della L&T, ma mi sbagliavo.
“Per molti di noi” esordisce Mr. AR, “ogni divinità riconosciuta di questa Terra rappresenta la reincarnazione di Dio. Buddha, Maometto, il vostro Gesù Cristo, e la stessa cosa vale per Sai Baba. Aiutare i bisognosi è servire Dio.” Ecco che grandi numeri e misticismo cominciano a scambiarsi i ruoli. “I 270 milioni di euro spesi per portare a conclusione il Sathya Sai Water Supply Project, elargiti dalla SST con il contributo di associazioni filantropiche e privati, hanno coperto le sole spese vive. Noi non lavoriamo per Sai Baba a fini di lucro. Abbiamo semplicemente compreso che senza il nostro coivolgimento il progetto non si sarebbe mai realizzato, e ciò è stato sufficiente a convincerci.” A questo punto Ramakrishna si interrompe per mostrarmi con un orgoglio che lambisce la commozione, tre oggetti che lo swami ha materializzato davanti ai suoi occhi per farnegliene dono: un orologio d’oro massiccio, una collana anch’essa in oro col disegno dell’OM, la pace universale, e un anello decorato con pietre preziose dai colori sgargianti. Quest’uomo comincia a divertirmi. Per alcuni minuti mi confida senza imbarazzo il proprio rapporto col Creato, la vita, la morte che si risolverà con la reincarnazione, nuovamente la tolleranza senza pregiudizi per ogni forma di religiosità. Sai Baba è Dio, io sono è Dio, ed anche tu sei Dio, ribadisce con una serena risata. E proprio grazie all’aiuto divino, oltre che a tecnologie d’avanguardia, è stato possibile realizzare un progetto che oggi è in grado di dissetare 731 villaggi nell’Anathapur e altri 320 fra Medak e Mahabubnagar, per un totale di due milioni di abitanti, che sino a ieri i 40 litri procapite di acqua al giorno attualmente a disposizione se li sognavano. Impianti di filtraggio e purificazione, monitoraggio delle perdite, cisterne a profusione, oltre 2000 chilometri di condutture della migliore qualità e canali, che corrono da nord a sud sfruttando il naturale gradiente del territorio evitando sprechi energetici. Io sono frastornato, ma Ramakrishna è come stesse scivolando all’interno delle sue tubazioni ed arrestarne la corsa non mi sarà facile.
“Questa è sola un piccola porzione di ciò che la L&T sta facendo per il rifornimento idrico del Paese.” E riprende ad elencarmi faraonici propositi, che vanno dalla messa in comunicazione dei due maggiori canali fluviali nazionali alle soluzioni in fase di studio contro le conseguenze delle alluvioni, e via di seguito, fino al progetto sollecitato dal Chief Minister del Tamil Nadu in persona, Karunanidhi, che risolverà l’annoso problema di rifornimento idrico della città di Madras.
Dati, cifre, quantità che mi piovono letteralmente davanti andando a comporre un mosaico del quale non riesco ad intravedere l’ultima tessera, arrivando a preoccuparmi che l’ora di nastro a disposizione della mia telecamera non si esaurisca sul più bello.
Giusto per non congedarmi da Mr. AR senza aver provato ad incrinarne la serenità, mi permetto ad un certo punto di interrompere il soliloquio con una domanda che so poter generare un qualche fastidio ad un leader del suo calibro, e gli chiedo con aria distaccata un’opinione in merito allo scottante dibattito circa la privatizzazione delle acque. Qui effettivamente, pur mantenendo il tipico aplomb di chi come lui ha speso qualche anno di studi in Germania, la voce gli si incrina per una manciata di secondi.
“Sarò molto franco nel risponderle” e mentre con un piede comincia a menare calcetti al cestino, mi enuncia una teoria abbastanza composita che parte ancora una volta dalla relazione socio-politico-religiosa che lega il popolo indiano all’acqua, elemento vissuto come un diritto naturale inalienabile, e finisce all’indispensabilità del settore privato nella soluzione dei troppi problemi che il Paese deve risolvere, se vorrà realmente collocarsi fra le punte di diamante dell’economia internazionale, specificando che pur essendo privatizzabili gli impianti, non sarà mai privatizzabile il percorso che l’oro blu deve compiere fra un impianto e l’altro, tanto per mantenere in equilibrio i due piatti della bilancia. Certamente, mettere i bastoni tra le ruote a muscolose holding come la francese Vivendi Environment, protagonista numero uno dell’industria idrica mondiale, non più è pensabile, ma Ramakrishna a sua volta mi chiede se conosco qualche Paese che sia riuscito a farlo.
“Privatizzare gran parte di questo mercato è ormai inevitabile, ma faremo il possibile perché le nostre acque rimangano un bene a disposizione del nostro popolo, e non diventino merce di scambio,”
Durante i restanti dieci minuti di conversazione Mr. AR vuole sapere un poco di curiosità della mia vita e sull’Italia, che non è ancora riuscito a visitare come meriterebbe, poi mi accompagna a rifocillarmi a proprie spese in uno dei più lussuosi hotel di Madras, dal quale esco sazio e con la testa sottosopra per i numerosi cocktail locali che l’amabile personaggio mi ha invitato ad assaggiare, mentre lui sorseggiava una Pepsi con aggiunta di lime. In effetti, ad un adepto di Sai Baba una sbronza non si addice granchè.
SAIBABA

–>

11 Maggio 2007

SEKHAR

> RTW — Edo @ 10:41

India rurale - Madras

Il mio incontro con Sekhar Raghavan, 58 anni, docente con alle spalle un PhD in Fisica conseguito all’Università di Madras ed oggi Direttore del Rainwater Harvesting Program, è un episodio che ha segnato in profondità questa prima parte del mio viaggio lungo la Via della Sete.
In sua compagnia ho potuto scoprire, a proposito dell’acqua e dei problemi che il suo reperimento ed utilizzo comportano in questo territorio dell’India meridionale, molto più di quanto potessi attendermi. Persona estremamente colta, generosa e preparata, dal 2002 si è fatto carico con entusiasmo della divulgazione delle tecniche attinenti la raccolta dell’acqua piovana a vantaggio di alcuni milioni di abitanti, accogliendo nel proprio Rain Center delegazioni provenienti dai tre Stati più aridi della Nazione: Tamil Nadu, Andra Pradesh e Karnataka. Starlo ad osservare mentre istruisce i giovani delle scuole cittadine, un insegnamento che un giorno potrà salvare loro la vita, è un’esperienza che spalanca il cuore, che mette allegria. La sua assidua attività sta contribuendo a ristabilire i delicati equilibri idrici che il boom edilizio indiano rischiava di minare irrimediabilmente, con insediamenti in aree dove fino a qualche anno fa erano solo campi coltivati, specchi d’acqua, pozzi e canali d’irrigazione. Per il sud del Paese l’akash ganga, l’acqua che piove dal cielo, ha sempre rappresentato la principale fonte di sostentamento, in particolar modo quella contenuta nei giacimenti sotterranei. “Le falde sotterranee sono come una banca!” esordisce Sekhar “Se continuiamo a pescarvi danaro senza rifornirne le casse, esso per forza di cose finisce!” Semplice ma efficace, come le soluzioni che illustra a chiunque voglia ascoltarlo.
Il monsone di nordest quaggiù colpisce con minor frequenza che altrove, ma la cultura contadina e la sapienza dei bramini hanno saputo nei secoli porre rimedio alle difficoltà con pratiche di straordinaria efficacia. I bacini idrici realizzati nelle campagne, i cosiddetti ery in lingua tamil, contengono, oltre alle acque piovane, tutta la genialità dell’essere umano; essi sono qualcosa di straordinario dal quale dovremmo tornare a prendere esempio, visti i tempi di siccità che si prospettano. Grazie agli ery, laghi ricavati da ampie depressioni del terreno comunicanti per esondazione con altre centinaia di laghi simili, l’acqua per irrigare le coltivazioni non è mai mancata. Una funzione assai simile era coperta dalle holy tanks, le enormi piscine sacre approntate accanto ai numerosi templi cittadini. Ogni tempio, una vasca, e sotto ad ogni vasca un giacimento sempre pieno, ecco il segreto per non far patire la sete a uomini, animali e ortaggi. Vitali tradizioni che senza Sekhar e la Akash Ganga Trust sarebbero evaporate del tutto, come fa la pioggia al sole di qui.
Non mi dilungherò oltre. Mi limito a ribadirgli su questo notiziario la gratitudine per ciò che sta facendo a favore della sopravvivenza di tanti, come della mia.
Coloro che fossero interessati, e sarebbe il caso di esserlo, a saper qualcosa in più sulle metodologie applicate dal Rainwater Harvesting Program e le sue numerose attività, ormai di interesse internazionale, consiglio di visitare il sito www.rainwaterharvesting.org, oppure di scrivere la propria solidarietà a questo piccolo, grande uomo: Sekhar Raghavan - sekar1479@yahoo.co.in - di sicuro lo troverete qui, a Madras, in devota attesa di un monsone generoso. In bocca al lupo amico mio.
Raghavan' familyKids at school - Madras

–>