
Oggi ho intervistato Prasoon Kumar.
Prasoon, mi piace questo nome così evocativo, non fa solo il giornalista. Da qualche tempo si è preso a cuore il destino infelice del lago davanti a casa sua, a Powai, Hidanandani Garden per l’esattezza, tentando nel suo piccolo di sollevare un agguerrito movimento d’opinione a favore della salvaguardia del Powai Lake. Insieme al Vihar Lake ed il Tulsi Lake, questo lago realizzato dai colonizzatori di Sua Maestà, ha nei secoli rappresentato l’orgoglio di queste genti ed una preziosa fonte di acque fresche e ristoratrici. Un tempo qui nel mezzo del Sanjay Gandhi National Park si pescavano carpe lunghe un metro buono, venivano in cerca d’ispirazione i più noti artisti del Maharashtra, ci si nuotava bevendo la sua acqua a sorsate. Oggi Powai è una città moderna, alta ed ambita, ed il prezzo pagato di tale esplosione edilizia all’avanguardia è stata la vita dello specchio d’acqua e delle sue straordinarie risorse. Acqua salata, piante acquatiche della peggiore specie ed immondizia per le lenze. Ma Prasoon ancora ci crede. In poche ore non ho fatto in tempo a capire se lo faccia per ingenuità, impeto ecologista o se nutra davvero speranze, di sicuro ho compreso che il suo Planet Powai Newspaper è sempre meglio che niente, perchè il nulla e l’indifferenza quassù hanno fatto già troppi danni. E allora forza e coraggio Mr. Kumar, chissà che di battaglia in battaglia tu non vinca infine la guerra.
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I dhobi certo non temono l’acqua. Al Dhobi Ghat , il lavatoio municipale di Mumbai, la simbiosi fra l’uomo ed il vitale elemento è limpida, seppure tale aggettivo strida parecchio in questa torbida liturgia celebrata tra schiavi e panni da lavare. In un contesto del genere un occidentale arriverebbe al punto di odiarla, l’indiano invece dall’acqua, pulita o lorda che sia, ci si lascia torturare senza un lamento per ore, sa di aver bisogno di lei, che serve collaborazione reciproca per sopravvivere. È cosa risaputa, in nessun posto come in questo Paese il concetto di acqua come bene comune insostituibile, come diritto naturale, è più radicato. Ed in nessun luogo come qui tra gli operai dhobi, gli uomini lavatrice di Mumbai, tutte queste belle teorie si fanno visibili e concrete.
Secondo la cosmologia induista è dalle acque che ha origine l’universo, e sono le divinità a rendere queste acque produttive. L’uomo, l’umile mezzo che rende ciò possibile. Allora il dhobi alza la camicia zuppa al cielo e l’abbatte con violenza sul sasso della vasca, con un pensiero rivolto a Shiva ed uno allo stipendio che non migliora, ne sono certo, o quanto meno lo spero. Perchè d’accordo, gli Dei non si discutono e talune tradizioni vanno salvaguardate, ma l’idea di sapere questa gioventù in un altro posto di lavoro, meglio se da domani stesso, la troverei l’unica nota lieta del pomeriggio. Che utilizzassero l’aria condizionata con più parsimonia ed investissero l’energia risparmiata a far funzionare delle lavatrici! Ma poi i dhobi che fine farebbero?
Ad ogni pestone gli stracci levano in aria corolle di vetro, a decine, come fiori in vita per un istante solo. I volti grondanti appaiono tremendamente concentrati, e lo sono. Vorrei sapere su cosa, ma le tante immagini sacre appese alle pareti dell’ampio cortile, delle quali non so abbastanza, mi danno ad intendere che la mia sarebbe curiosità fuori luogo, in grado di generare solamente altre incertezze.
Robert, il mio autista per un giorno, che mi è stato pacificamente alle spalle per buona parte della visita, ad un certo momento se ne salta fuori col ricordarmi che lì nel mezzo potrebbe benissimo trovarsi un asciugamano del mio hotel, esortandomi senza volerlo a tenere d’occhio il ciclo di lavaggio con più attenzione. Certo che finché si tratta di asciugamani e lenzuola! Dovrò sbrigarmi a recuperare del sapone in polvere in modo da lavare personalmente i miei panni. Non che abbia con me roba pregiata, ma gli unici due pantaloni vorrei portarli in fondo a questi quattro mesi di viaggio, e quanto vedo non mi pare la maniera più indicata. Un’insaponata, cinque sei passaggi con una rude spazzola in legno e setole, un’abbondante sciaquata, e via che milioni di gocce prendono ad innafiare l’accampamento, al suono della frusta. Asciugamani dal destino breve. Il laundry bag posizionato all’ingresso della mia stanza resterà vuoto di sicuro.
Questo mio pellegrinaggio in cerca d’acqua è appena cominciato, qui al Dhobi Ghat ho compreso che sarà un cammino lungo e sorprendente. Pim, pum, splash!

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I dhobi certo non temono l’acqua. Al Dhobi Ghat, il lavatoio municipale di Mumbai, la simbiosi fra l’uomo ed il vitale elemento e’ limpida, seppure tale aggettivo strida parecchio in questa torbida liturgia celebrata fra panni da lavare e schiavitu’.
In un contesto del genere un occidentale arriverebbe al punto di odiarla, l’indiano invece dall’acqua, pulita o lorda che sia, ci si lascia torturare senza un lamento per ore, sa di avere bisogno di lei, che serve collaborazione reciproca per sopravvivere. E’ cosa risaputa che in nessun posto come in questo Paese il concetto dell’acqua come bene comune insostituibile, come diritto naturale, e’ piu’ radicato. Ed in nessun luogo come qui tra gli operai dhobi, gli “uomini lavatrice” di Mumbai, tutte queste belle teorie assumono sembianze concrete e visibili. Secondo la cosmologia induista e’ dalle acque che ha origine l’universo, e sono le divinita’ a rendere queste acque produttive. L’uomo, l’umile mezzo che rende cio’ possibile. Allora il dhobi alza la camicia zuppa al cielo e l’abbatte con forza sul sasso della vasca, con un pensiero rivolto a Shiva e Ganesh, ed uno allo stipendio che non migliora, ne sono certo, o quantomeno lo spero. Perche’ d’accordo, gli Dei non si discutono e talune tradizioni vanno salvaguardate, ma l’idea che di sapere questa gioventu’ in un altro posto di lavoro, meglio se da domani stesso, la troverei l’unica nota lieta del pomeriggio. Che usassero l’aria condizionata con piu’ parsimonia ed investissero l’energia risparmiata per far funzionare delle lavatrici! Ma poi i dhobi che fine farebbero?
Ad ogni pestone gli stracci levano in aria corolle di vetro, a decine, come fiori in vita per un istante solo. I volti grondanti e concentrati. Sarei curioso di sapere su cosa, ma le tante immagini sacre appese alle pareti dell’ampio cortile, delle quali non so abbastanza, mi danno ad intendere cher la mia sarebbe curiosita’ fuori luogo, in grado di generare solamente altre incertezze.
Robert, il mio autista per un giorno, che mi e’ stato pacificamente alle spalle per buona parte della visita, ad un certo momento se ne salta fuori col ricordarmi che li’ nel mezzo potrebbe benissimo trovarsi un ascigamano del mio hotel, esortandomi senza volerlo a tenere d’occhio il ciclo di lavaggio con maggiore attenzione. Certo che finche’ si tratta di asciugamani e lenzuola! Dovro’ sbrigarmi a recuperare del sapone in polvere in modo da lavare personalmente i mie quattro panni. Non che abbia con me capi preziosi, tutt’altro, ma gli unici due pantaloni vorrei portarli in fondo a questi 4 mesi di viaggio, e non mi pare questa la maniera piu’ indicata. Un’insaponata, cinque sei passaggi di una rude spazzola in legno e setole, abbondante sciacquata, e via che milioni di gocce prendono ad innafiare l’accampamento, al suono della frusta. Asciugamani dal destino breve. Il laundry bag accanto all’ingresso della mia stanza restera’ vuoto di sicuro.
Questo mio pellegrinaggio in cerca d’acqua e’ appena cominciato, qui al Dhobi Ghat ho compreso che sara’ un cammino lungo e sorprendente. Pim, pum, splash!

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